Il primo ministro australiano Julia Gillard

Con un editoriale pubblicato dal quotidiano The Age, per introdurre la conferenza nazionale del partito laburista prevista tra qualche settimana a Sydney, la premier australiana Julia Gillard ha annunciato la possibilità di rivedere il divieto di vendere uranio all’India.

Il bando alle forniture di materiale nucleare a Nuova Delhi venne deciso dal precedente governo conservatore, guidato da John Howard, quando il gigante asiatico condusse nel 1998, i suoi test atomici militari. L’India, assieme a Pakistan e Israele è uno dei tre paesi che, pur in possesso di armamenti nucleari, non hanno mai firmato il Trattato di non proliferazione non ammettendo gli ispettori dell’Agenzia atomica internazionale nei loro impianti nucleari militari.
In tempo di allarme mondiale per l’ultimo rapporto dell’Aiea sul programma nucleare iraniano, la proposta di Gillard ha suscitato molti dubbi: perché un Paese saldamente inserito nel sistema di alleanze occidentali come l’Australia può scegliere di vendere uranio a un altro paese che viola apertamente le leggi internazionali in materia?

La risposta l’ha data la stessa Gillard nel suo intervento su The Age: “L’India è uno dei nostri vicini. Da molto tempo è un partner. E’ la più grande democrazia del mondo. Cresce a un tasso dell’8 per cento l’anno. Eppure la trattiamo in modo diverso dagli altri paesi: non vendiamo uranio all’India per scopi pacifici, mentre le nostre linee guida ci consentono di esportare uranio alla Cina, agli Stati Uniti, al Giappone”. Per la leader laburista, è il momento di cambiare e di iniziare a vendere uranio – di cui l’Australia è uno dei più grandi produttori mondiali – anche al subcontinente indiano: “E’ tempo che il Labour modernizzi la propria posizione e stringa più forti legami con la dinamica India”. Se la proposta dovesse essere approvata dal partito e poi dal parlamento federale, Gillard assicura che non sarà comunque una vendita a scatola chiusa: “Dobbiamo ovviamente aspettarci dall’India le stesse condizioni che chiediamo agli altri paesi in cui esportiamo uranio – stretto rispetto delle linee guida dell’Aiea e forti accordi bilaterali di trasparenza che ci forniscano adeguate garanzie sul fatto che il nostro uranio servirà solo per scopi pacifici”.
Secondo la stampa australiana, Gillard non avrà molte difficoltà a far approvare il cambio di direzione dal partito. Solo una minoranza di sinistra dei deputati laburisti si oppone alla vendita di uranio, così come i verdi, alleati – non determinanti – nel governo federale guidato dalla prima donna premier della storia australiana.
Peraltro, la proposta di Gillard arriva alla vigilia della visita in Australia del presidente statunitense Barack Obama che nel 2010 ha perfezionato l’accordo di cooperazione nucleare tra Usa e India, messo in piedi cinque anni prima da George W. Bush e dal premier indiano Manmohan Singh e ratificato dal Congresso nel 2008, dopo il parere positivo dell’Aiea. Per l’Australia, che ha il 40 per cento delle riserve conosciute di uranio e fornisce il 20 per cento dell’uranio sul mercato dell’export mondiale ma non ha centrali atomiche, si tratta – nei termini di Gillard – di una questione essenzialmente commerciale, pur con le dovute cautele, visto che anche il Canada si prepara a iniziare l’esportazione di uranio verso il paese asiatico. L’India, inoltre, ha un programma nucleare molto ambizioso, che non ha subito nemmeno rallentamenti dopo l’incidente di Fukushima: trenta nuovi reattori entro i prossimi trenta anni per arrivare a coprire con l’energia atomica un quarto del fabbisogno nazionale entro il 2050.

Tuttavia, mentre nel mondo cresce l’allarme per il programma nucleare iraniano – ufficialmente solo a scopi civili – l’evidente doppio standard che i paesi occidentali e quelli riuniti nel cartello del Nuclear Suppliers’ Group applicano all’India rischia di rafforzare la sensazione che più che per le preoccupazioni “tecniche” i dubbi internazionali sul nucleare di Teheran dipendano da pregiudizi politici. La trattativa, così, non può che complicarsi.

di Joseph Zarlingo