Dopo la messa in mora dell’Italia da parte di Bruxelles per non aver rispettato le disposizioni in materia di sicurezza sul lavoro, a Roma restano adesso un paio di settimane per le giustificazioni, poi scatterà la procedura d’infrazione. Roma è infatti accusata dall’Ue di non fare abbastanza per arginare il fenomeno delle cosiddette morti bianche. All’origine dell’intervento della Commissione europea la denuncia fatta da Marco Bazzoni, 37 anni, operaio metalmeccanico in un’azienda che produce frantoi e presse per il settore enologico nel fiorentino.

Sotto la lente della Direzione generale Occupazione e Affari sociali sono finiti ben sei punti del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro a partire dalla “deresponsabilizzazione del datore in caso di delega e subdelega”, una norma che a ben guardare sembra proprio riferirsi alla “salva manager”, il provvedimento che il ministro Maurizio Sacconi aveva detto di aver stralciato ma sembra riapparire tra un codicillo e l’altro della Legge 106/9 (Il testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro). Per scongiurare la sua entrata in vigore, un gruppo di penalisti aveva scritto a Giorgio Napolitano, sottolineando come la norma avrebbe spogliato “i soggetti che rivestono posizioni al vertice dell’impresa del loro indiscusso ruolo di garanti della vita e dell’incolumità fisica dei dipendenti”.

Tutto inutile. Come una serie di lettere e appelli che Bazzoni ha scritto a partiti e sindacati. A quel punto l’operaio decide di andare più in su, rivolgendosi direttamente a Bruxelles.

Dall’Europarlamento risponde Sergio Cofferati (Pd): “Bazzoni ha dimostrato un’attenzione per il rapporto tra la legislazione Ue e quella nazionale che le organizzazioni di settore non hanno avuto. Troppo spesso le organizzazioni utilizzano criteri di carattere troppo generale”. E adesso? “Ora è importante che tutti adempiano i vincoli indicati dall’Ue”.

Ecco come è iniziato tutto. “Insieme a un amico ingegnere della sicurezza sul lavoro abbiamo scritto una denuncia al Segretariato generale della Commissione europea”, spiega Bazzoni. “Il 27 novembre 2009 ho mandato una mail alla Commissione con tutti gli allegati del testo del decreto legislativo italiano”. Nel aprile 2010 i servizi della Commissione europea rispondono che in base alla denuncia avrebbero chiesto informazioni allo stato italiano. A fine Novembre la Commissione conferma che ci sarebbe stata la possibilità di aprire una procedura d’infrazione. A maggio 2011 la possibilità di una procedura d’infrazione inizia a prendere forma.

Così si arriva al 30 settembre 2011, giorno in cui il governo italiano si vede recapitare la lettera di messa in mora per presunta violazione della Direttiva Ue 89/391, quella sulla sicurezza e salute sul luogo di lavoro. Lorenzo Fantini, responsabile della direzione generale delle relazioni industriali e dei rapporti del Ministero del lavoro, in un’intervista pubblicata sul sito dell’Inail, risponde che “si tratta di un insieme di censure fondate su un presupposto sbagliato: ritenere che le parti della legge siano volte a deresponsabilizzare il datore di lavoro”. In altre parole, il servizio giuridico della Commissione europea, il top del top degli esperti in diritto comunitario, si sarebbe sbagliato. E per quanto riguarda gli altri cinque punti contestati nero su bianco all’Italia? “Si tratta di censure di dettaglio che, a livello generale, si correlano a questa impostazione generale erronea”. Insomma Bruxelles avrebbe preso un enorme granchio.

Ora al nostro paese restano circa 15 giorni per convincere la Commissione europea che si è sbagliata e che il Testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro va bene così. In caso contrario scatterà una procedura d’infrazione con conseguente multa economica.

Intanto in Italia i lavoratori continuano a morire. Secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna sui morti sul lavoro dall’inizio del 2011 i morti per infortuni sui luoghi di lavoro sono stati ben 542, oltre il 15 per cento di queste vittime lavoravano in nero o erano già in pensione. Una cifra che supera i 900 morti (stima minima) se si aggiungono i lavoratori deceduti in itinere, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro lavoro-casa. Cifre che fanno paura e che non considerano i lavoratori in nero.

“Basta chiamarle morti bianche, non c’è niente di bianco in queste morti”, chiede Bazzoni. “Con questo termine le si vogliano sminuire, nascondere i responsabili, ma non è così, ci sono sempre dei responsabili”.