“L’Italia ha rischiato di passare a una situazione difficilmente controllabile. Lo spread e gli altri indicatori finanziari sono veritieri. Stavamo andando incontro a quello che succede quando un paese perde credibilità e potrebbe non riuscire a sostenere tassi d’interesse elevatissimi”. Così Carlo Azeglio Ciampi racconta la giornata del 9 novembre, quando il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha impresso un’accelerazione improvvisa alla crisi politica, nominando Mario Monti senatore a vita e imponendo tempi record per l’approvazione della legge di Stabilità chiesta dall’Europa. Una settimana invece del mese previsto, per fornire una risposta immediata ai mercati.

Ciampi, che sta per compiere 91 anni, è la sintesi umana della delicatissima fase che stiamo vivendo. È stato governatore della Banca d’Italia, presidente del Consiglio di un governo tecnico d’emergenza, ministro dell’Economia (con Romano Prodi, dal 1996 al 1998), presidente della Repubblica, poi senatore a vita. Insomma, riassume in sé le figure chiave che oggi si muovono per fare uscire il paese dall’emergenza. L’ex presidente preferisce non commentare lo scenario politico che si muove intorno all’impresa di Monti, ma forse il suo pensiero è ben riassunto nel titolo del libro che ha pubblicato, per la casa editrice Il Saggiatore, giusto un anno fa: Non è il Paese che sognavo. E ieri ha scritto sul Sole 24 Ore che il tentativo di Mario Monti “è un’occasione da non sprecare”, perché “il tempo è poco, l’urgenza enorme”. Nell’intervento sul quotidiano economico, Ciampi ha ricordato il 1993, quando da governatore della Banca d’Italia fu chiamato a sostituire a Palazzo Chigi Giuliano Amato (altro ricorso della storia, quasi vent’anni dopo) in piena tempesta Tangentopoli, con una classe politica allo sbando, la lira a precipizio sui mercati valutari, l’economia nella palude. Fu il primo presidente del Consiglio non proveniente dai banchi parlamentari. “È evidente, come fu evidente nel 1993”, scrive ancora il senatore a vita, “che con le riforme chieste dall’Europa, l’Italia si gioca una larga parte del proprio futuro di paese occidentale moderno e sviluppato”.

Presidente Ciampi, perché Giorgio Napolitano ha deciso di prendere in mano la situazione in modo così risoluto, aprendo la strada a un rapido incarico governativo per Mario Monti?
“Non sono a conoscenza di pressioni particolari da parte dell’Europa o di altri soggetti perché si arrivasse a un’accelerazione. È stata un’iniziativa autonoma del presidente Napolitano quando ha visto lo spread arrivare a quei livelli (alla quota record di 574, ndr). L’Italia ha vissuto un momento difficile, lo spread e gli altri indicatori finanziari sono veritieri. Con andamenti di quel genere, si rischia di passare a situazioni difficilmente controllabili”.

Che cosa abbiamo rischiato, in concreto?
“Abbiamo rischiato quello che succede quando un paese perde credibilità e si trova ad avere a che fare con tassi di interesse sul debito pubblico elevatissimi”.

E adesso?
“Dobbiamo avere credibilità anche sulla crescita. La nostra economia è ferma da anni, il reddito non aumenta. Il rapporto debito/pil è appunto costituito da due elementi. Il nostro problema non è solo il debito, ma anche il Pil. Per rendere quel rapporto sostenibile, è necessario che si operi sulla crescita”.

Lei conoscerà bene Mario Monti. Che cosa ne pensa? Ce la farà?
“Posso solo dirle che quando è stata annunciata la sua nomina a senatore a vita mi sono affrettato a congratularmi con lui”.

Napolitano l’ha chiamata durante le consultazioni che hanno preceduto l’incarico. Che cosa vi siete detti?
“Mi ha telefonato per consuetudine istituzionale. Il presidente della Repubblica coinvolge sempre i suoi predecessori in caso di consultazioni per un nuovo governo”.

La situazione di oggi ricorda per molti aspetti quella dell’aprile 1993, quando toccò a lei formare un governo tecnico in piena emergenza politica ed economica, dopo le dimissioni del presidente del consiglio Giuliano Amato.
“Il mio governo fu ancora più eccezionale. Il governatore della Banca d’Italia veniva chiamato dal presidente della Repubblica, che era Oscar Luigi Scalfaro, in una situazione di assoluta emergenza. Scalfaro mi convocò la mattina alle 11 nella sua residenza privata e alle 18 ero di nuovo al Quirinale per ricevere ufficialmente l’incarico. Il presidente mi disse semplicemente: “Non ho altra scelta”. Il paese era in piena crisi e la politica non era in grado offrire una soluzione. Scalfaro fu coraggioso, per non usare parole ancora più significative, e vide l’unica soluzione in un governo del tutto atipico presieduto dal governatore della Banca centrale.