Il presidente della Lega di Serie A Maurizio Beretta

Che la sentenza su Calciopoli avrebbe provocato una serie di reazioni più o meno scalcianti tra i destinatari delle condanne era facilmente prevedibile. Perché nessuno è mai colpevole davvero, perché gli errori giudiziari sono all’ordine del giorno e perché c’è sempre qualcuno che ha fatto peggio. E allora tanto vale alzare la voce e chiedere di essere ascoltati, se non dal collegio giudicante, che ormai ha detto la sua, almeno dalla stampa e dagli addetti ai lavori, che giustificano e garantiscono una prova d’appello da spendere fuori dalle aule dei tribunali. Protagonisti di questa nuova crociata della legalità contro una sentenza che è piaciuta poco poco, i tre dirigenti che hanno incassato una condanna e che secondo le regole vigenti della Federcalcio dovrebbero essere gentilmente accompagnati alla porta.

Per loro, Claudio Lotito, presidente della Lazio, Andrea Della Valle (presidente onorario della Fiorentina, ma con alcuni compiti operativi) e Sandro Mencucci (amministratore delegato della società viola e uomo d’azione dei Della Valle), il numero uno della Lega, Maurizio Beretta, chiede che venga addirittura cambiato l’articolo 22 delle Noif (Norme organizzative interne della Figc), che prevede l’immediata sospensione del tesserato che è stato oggetto di condanna. “Alla luce dell’importanza economica delle imprese del calcio, è giusto allinearle a quelle di tutti gli altri settori economici: quindi è giusto che gli effetti sulle cariche dirigenziali avvengano solo a fronte di sentenze passate in giudicato”, spiega Beretta, che pare sia legato a Lotito da una vera e profonda amicizia. Dunque, consiglio di lega straordinario convocato per giovedì prossimo, dopodomani. L’obiettivo, compattare i presidenti di serie A per sostenere una mozione da presentare a stretto giro di posta alla Federcalcio.

Diranno i più maliziosi: stai a vedere che anche questa volta provano a confezionarsi una misura ad hoc per rimanere aggrappati alle poltrone ad oltranza. Già, perché se si dovrà aspettare l’ultimo grado di giudizio per definire la posizione di un dirigente, bye bye sospensione e amici come prima. Con i tempi della giustizia italiana, potrebbero infatti passare una decina di anni prima di chiudere la faccenda con una sentenza definitiva. Alla faccia di chi diceva che il codice etico di chi fa parte del mondo dorato del pallone suggeriva le dimissioni dell’interessato anche soltanto dopo il rinvio a giudizio. Le dimissioni, è cosa nota, sono un istituto poco diffuso dalle nostre parti. Conta esserci sempre e comunque, male che vada si esce in un secondo tempo, ma dopo essersi battuti fino alla stregua.

Se la Lega di A sbuffa e la Figc temporeggia (Abete aspetta di capire se il fronte è compatto prima di definire i tempi e i modi del proprio intervento), parole chiare, anzi, chiarissime, arrivano dal garante dello sport italiano, il presidente del Coni Giovanni Petrucci, che interpellato sulla questione al Premio Facchetti ha detto: “Oggi ci sono più avvocati che presidenti e calciatori. La Figc è ben diretta e deve fare rispettare le regole, che i presidenti conoscono: non basta dire che investono i loro soldi e quindi possono decidere da soli”. Senza il consenso del Coni, le federazioni non possono cambiare le regole del gioco. E Petrucci è stufo di sentir parlare di corsi e ricorsi per cambiare lo stato delle cose. Avanti il prossimo.