Pressing internazionale sul regime siriano, sempre più isolato. Dopo la decisione della Lega araba di sospendere la Siria dall’organizzazione, Bruxelles dà via libera a nuove sanzioni e chiede un intervento deciso delle Nazioni unite. Damasco, però, avverte: “non ci piegheremo”.

L’Unione europea ha disposto il congelamento di beni e il blocco dei visti ad altre 18 personalità siriane, per lo più dell’establishment militare, portando così a 74 il totale delle persone colpite dalle sanzioni comunitarie. L’Ue, che punta ora a rilanciare “una forte azione delle Nazioni Unite perché il Consiglio di sicurezza assuma le proprie responsabilità”, ha anche deciso la chiusura dei rubinetti della Banca europea di investimento, ovvero il blocco dei contratti sui progetti statali in Siria. Una bella grana per Damasco, che tra il 1978 e il 2010 ha ottenuto oltre 1,7 miliardi di euro di prestiti dalla Bei, la metà nel settore energetico, e che entro il 2013 dovrebbe beneficiare di una parte degli oltre 10,7 miliardi di euro stanziati nel piano quinquennale per il Mediterraneo.

Intanto l’alto rappresentante Ue Catherine Ashton, che ha espresso “enorme preoccupazione” per la situazione, guarda alla Lega araba rinnovando l’impegno di Bruxelles “a lavorare in stretto contatto” e plaude all’organizzazione per aver assunto “una posizione forte, chiarendo alla Siria quello che deve essere fatto”. Ovvero l’attuazione dell’accordo raggiunto il 2 novembre tra Lega e Damasco che prevede il ritiro dell’esercito dalle città siriane, lo stop a tutte le violenze contro i civili, l’ingresso di osservatori internazionali nel Paese, la scarcerazione di tutti i prigionieri politici (secondo alcune stime si tratta di almeno 10mila civili) e l’avvio di negoziati con l’opposizione.

Il presidente siriano Bachar al Assad tace e manda avanti i suoi. Primo fra tutti il ministro degli esteri Walid al Moualem a ribadire che il regime “non si piegherà” e che “uscirà più forte” dalla crisi, e rimandando al mittente le accuse di aver disatteso gli accordi siglati all’inizio del mese.

Il capo della diplomazia siriana, infatti, ha sottolineato la determinazione ad “attuare il piano della Lega Araba” che deve però “essere accompagnato dal monitoraggio dei confini dei Paesi vicini per prevenire il traffico di armi e fermare i finanziamenti ai gruppi terroristici armati”. E ha definito una mossa “illegittima” e “un passo pericoloso per il presente e il futuro dell’azione araba congiunta” la decisione della Lega araba di escludere Damasco, da mercoledì prossimo, dagli incontri dell’organizzazione.

Moualem, che è tornato a parlare di “cospirazioni” straniere “destinate a fallire”, si è detto certo che in Siria “non si ripeterà lo scenario libico”. Per rimarcare come, a meno di cambi di fronte sostanziali, un intervento militare straniero nel Paese è da escludere. Russia e Cina non lo permetterebbero.

Il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, ha bocciato la sospensione di Damasco dalla Lega araba e ha accusato senza mezzi termini i Paesi occidentali di spingere per un cambio di regime nel Paese. “C’è qualcuno che fa di tutto per non far arrivare i siriani a una soluzione” ha proseguito Lavrov che domani accoglierà a Mosca Bhuran Ghalioun, presidente del Consiglio Nazionale Siriano, la principale piattaforma dell’opposizione.

Decisamente meno granitica la posizione di Pechino. La Cina ha chiesto a Damasco l’applicazione dell’accordo del 2 novembre riservandosi la possibilità di appoggiare eventuali sanzioni contro il regime, mentre il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Liu Weimin, ha esortato “il governo siriano e le parti coinvolte a porre fine alle violenze”.

La Turchia invece, dopo l’assalto contro la sua rappresentanza diplomatica a Damasco, ha annunciato un approccio “più deciso” verso l’ex alleato, e si è detta disponibile a un pacchetto di sanzioni in accordo con gli Stati uniti. “L’amministrazione siriana deve attuare le riforme il più presto possibile” e “porre fine alla violenza” ha dichiarato il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu aggiungendo che “saremo dalla parte del popolo” e “compiremo gli atti necessari nelle piattaforme regionali e internazionali contro questa repressione”. E proprio ad Ankara il Cns, i cui rappresentanti ieri hanno incontrato il capo della diplomazia turca, potrebbe aprire presto un ufficio di rappresentanza.

Una posizione sempre più difficile quella del presidente Assad, al quale il re Abdallah di Giordania ha chiesto di farsi da parte. “Se Assad ha a cuore l’interesse del suo Paese – ha commentato il re in un’intervista alla Bbc – Dovrebbe dimettersi, ma dovrebbe anche creare le condizioni per avviare una nuova fase nella vita politica della Siria”.

di Tiziana Guerrisi