La spiaggia di Marina di Campo, flagellata dall’alluvione che si è abbattuta anche sull’isola d’Elba, ogni estate è meta di migliaia di persone. Ma i turisti che si bagnano nelle sue acque e si stendono sulla sabbia al calore del sole estivo non immaginano di calpestare un terreno insanguinato, il teatro di uno dei più drammatici episodi della seconda guerra mondiale. Tantomeno lo sanno i venditori senegalesi che numerosi offrono sulla spiaggia le loro mercanzie.

Eppure, quasi settant’anni fa, precisamente all’alba del 17 giugno 1944, tanti loro connazionali caddero sulla stessa spiaggia dove ora i discendenti stendono parei e chincaglieria.

Solo gli isolani più vecchi e, forse, qualche erede di un tirailleur sopravvissuto alla strage, magari un nonno, conservano memoria di quell’evento.

Così, almeno, ha immaginato Francesca Caminoli, giornalista e scrittrice di grande sensibilità, per la trama di La guerra di Boubacar, il suo ultimo romanzo (Il grande vetro/Jaca Book). Un racconto a tre voci: quella di Boubacar, catapultato dalle capanne del suo villaggio al campo d’addestramento a comando francese di Dakar e quindi alla spiaggia maledetta; quella del nipote che porta il suo stesso nome, uno dei tanti africani che approdano clandestinamente nel nostro paese alla ricerca di lavoro; e quella di Gustavine, erede di un altro protagonista dello sbarco a Marina di Campo, il sergente Flaubert, suo nonno.

Per scrivere il romanzo, Caminoli si è documentata su una serie di libri storici, tutti francesi tranne due, a riprova della scarsa gratitudine che gli italiani nutrono per chi si è sacrificato per la loro liberazione. Altro materiale l’ha trovato in rete ma soprattutto a Dakar, alla Maison Ancien Combattants e in altri musei e archivi locali. E dalla viva voce di chi, come Youssuf Diop, morto nel 2007, aveva combattuto nel 1944 all’Isola d’Elba.

Storicamente inappuntabile, La guerra di Boubacar è un romanzo avvincente, che ricostruisce con un piglio quasi cinematografico le drammatiche fasi dello sbarco e, prima, la trasformazione di migliaia di africani che non avevano mai indossato nemmeno un paio di scarpe, in soldati. Tecnicamente, il termine tirailleurs sta a significare “combattenti che avanzano in ordine sparso, tirando a più riprese, persistentemente”, in realtà li chiamavano così perché tiravano un po’ di qua e un po’ di là, mica come i veri soldati che avevano un’autentica formazione militare. Storicamente, poi, il tirailleur senegalese era parte di uno stereotipo razzista, la caricatura del “buon negro” simbolo del colonialismo.

Ma il suo sangue era uguale a quello di tutti, e in in quel giugno 1944 venne versato anche per una drammatica casualità: lo sbarco avvenne su una parte della spiaggia minata. Sarebbe bastato approdare poco più in là, a Fonza, dove poi sono sbarcati tutti gli altri, per evitare il massacro.

Nel romanzo il racconto storico s’intreccia alla cronaca quotidiana, lo sbarco di allora ai tanti sbarchi di uomini e donne che oggi, non sapendo di ricalcare le orme dei progenitori, fanno lo stesso viaggio. Allora erano forzati dai colonialisti francesi, che promettevano gloria sul campo di battaglia e la trasformazione in citoyens. Oggi sono mossi dalla miseria e dalla fame, ma spesso respinti da altri cittadini che non li considerano nemmeno esseri umani.