I dati di prima mattina avevano fatto ben sperare ma la successiva svolta negativa dei mercati e la risalita dello spread hanno parzialmente raffreddato l’entusiasmo. Certo, sul cambio di rotta delle piazze finanziarie possono pesare tanti fattori, non soltanto “nazionali”, ma al di là delle circostanze odierne, l’altalena di mercato sembra comunque utile a ricordarci ciò che del resto era noto fin dall’inizio. Ovvero che il già celebrato “effetto Monti” esiste e sa farsi sentire ma, ovviamente, non potrà costituire sempre una garanzia. Specie quando alle buone intenzione devono ancora accompagnarsi fatti concreti di portata immane distribuiti su un arco temporale non necessariamente breve ma non per questo infinito. Come a dire che i segnali sono stati incoraggianti (Piazza Affari è stata positiva per buona parte della mattinata, lo spread era sceso anche verso quota 440), ma il tempo stringe. E col passare di quest’ultimo, va da sé, le difficoltà non mancheranno.

Il primo ostacolo si chiama patrimoniale. Il Pdl, ormai è chiaro, ha lanciato la sua campagna contro il provvedimento, trovando, proprio nell’opposizione a questa ipotesi, la stessa ragion d’essere del suo ruolo politico contingente. “Manterremo ferma la nostra posizione ma solo dopo aver visto programma, composizione e tempi” ha dichiarato ieri Angelino Alfano chiarendo, in un’intervista a Lucia Annunziata, il concetto di fiducia condizionata che caratterizza oggi la linea del suo partito. Silvio Berlusconi, dal canto suo, è stato ancora più esplicito avanzando le sue pretese senza mezzi termini: Mario Monti, ha evidenziato l’ex premier, dovrà attenersi a quanto già proposto dal precedente governo nella lettera d’intenti all’Unione Europea. Una missiva, quest’ultima, in cui d’imposta sui patrimoni non c’è notoriamente traccia.

Un presenza esplicita, al contrario, caratterizza invece un altro storico tabù del centrodestra: la famosa, o famigerata, imposta sulla prima casa. Rispondendo alle 39 domande poste dall’Ue la scorsa settimana, Giulio Tremonti aveva fatto riferimento alla reintroduzione dell’Ici a partire dal 2012, una conseguenza dell’approvazione della nuova Imposta municipale unica (Imu) che mira a ridare ossigeno agli enti locali. Secondo il ministro, il ritorno dell’Ici varrebbe da solo circa 3,5 miliardi. La cifra sembra abbastanza sicura, il che non è un particolare trascurabile. Visto che sulla patrimoniale, al contrario, non ci sono per il momento grandi certezze. Si è parlato di introiti per 5-6 miliardi di euro ma manca ancora un’intesa sul valore percentuale dell’aliquota nonché sulla soglia di applicabilità (Confindustria chiede che la tassa sia imposta ai patrimoni superiori a 1,5 milioni di euro, la Cgil vorrebbe abbassare il limite a 800 mila).

Quello della patrimoniale sembra davvero un rebus particolarmente complicato. A sollevare dubbi sulla sua efficacia non sono infatti solo i rappresentanti del Pdl. In un editoriale pubblicato oggi sulle colonne del Corriere della Sera, il docente della Bocconi Francesco Giavazzi, uomo, si dice, vicinissimo allo stesso Monti, e il suo collega di Harvard Alberto Alesina sostengono che l’introduzione di una simile tassazione “ammazzerebbe la crescita facendo probabilmente aumentare il rapporto debito/Pil dopo una momentanea riduzione”. Secondo i due economisti, si legge nell’editoriale, le priorità sarebbero ben altre: allargamento della base imponibile, lotta a evasione ed elusione fiscale, tassa sulle rendite finanziarie e, ovviamente, ripristino dell’Ici.

Di certo, per il momento, c’è la definizione di quanto le casse pubbliche debbano incassare al più presto: 20 miliardi di euro, “tanti, maledetti e subito”, da raccogliere senza esitazioni per alimentare la fiducia e la conseguente inversione di tendenza sui mercati. Una risposta, quella delle piazze finanziarie, che in apertura dei mercati sembrava positiva ma che, come si diceva, non può considerarsi in alcun modo incondizionata e permanente. Secondo l’ultimo rapporto di JP Morgan, ripreso ieri da Business Insider, l’Italia dovrà appoggiarsi necessariamente a un programma congiunto Ue/Fmi della durata di almeno 12/18 mesi. L’ipotesi è che il sostegno internazionale possa coprire i 3/4 della liquidità necessaria nel medio periodo (il restante 25% sarebbe ricavato dalle emissioni obbligazionarie) fermo restando il programma di dismissioni e privatizzazioni. Una previsione che evoca, forse, l’ipotesi della precautionary credit line, la linea di credito preventiva messa disposizione dall’Fmi come garanzia da usare in caso di estrema necessità e quantificata, a inizio mese, in 44 miliardi per il 2012 e altri 88 da erogare l’anno dopo. Pur non citando in modo esplicito le linee di credito, JP Morgan parla di un impegno complessivo Ue/Fmi per 240 miliardi di euro.