“Non dobbiamo arretrare sulla libertà di satira, lasciare spazio all’oscurantismo. È  terribile quel che è successo in Siria, le dita spezzate a Ferzat, ricorda i tempi della dittatura in Cile. Il caso Charlie Hebdo è gravissimo ma non ha avuto spazio sui media italiani, per questo non c’è stata solidarietà. Altrimenti avrei fatto una vignetta come per la Fatwa contro i disegnatori danesi”: Sergio Staino, fondatore di Tango, padre di Bobo, e storico vignettista dell’Unità, ha una posizione netta di fronte all’incendio della redazione di Charlie Hebdo dopo il numero che ironizzava sull’integralismo e l’esito delle elezioni in Tunisia. Ma non manca di notare che quel giornale non è più lo stesso, si è un po’ spento. Una molotov dei fanatici  l’ha riacceso e ora, nei locali messi a disposizione da Libération, è uscito un nuovo numero dove si rincara la dose e il direttore slingua con un islamico in copertina.

“Non condivido la posizione di Vauro che ai tempi della fatwa contro i disegnatori danesi ha detto che i popoli musulmani già sono bombardati e non dobbiamo anche ironizzare sull’Islam. Una cosa è l’aggressione imperialista, un’altra il diritto di satira: che va difeso, finché non diventa offesa gratuita ai simboli religiosi, mezzaluna, stella a sei punte o croce che sia” dice Staino. (Peraltro sulla croce se ne fa in abbondanza di satira…)

La pensa come Staino Stefano Disegni, direttore del Misfatto, che sottolinea l’importanza di ironizzare con intelligenza e pone, più in generale, la questione del diritto di prendere in giro le religioni: “Dove inizia questo diritto? Posso fare satira sugli ebrei che non mangiano i gamberetti perché temono la punizione divina certo… È una discussione che stiamo facendo al giornale.  Stiamo discutendo della circoncisione, per esempio. Una mutilazione maschile… non è così? Capisco se uno sceglie liberamente ma se viene imposta a un minore?”

Tra l’altro la fanno anche i musulmani, non solo gli ebrei…
Ma non c’è anche un riflesso terzomondista della satira di sinistra, un relativismo per cui tutto quello che riguarda certe aree geopolitiche non si può criticare, in particolare Medio Oriente, Palestina?

“Non c’è dubbio – dice Disegni -, che ci sia un certo terzomondismo, il burqa viene visto come  affermazione d’identità. Ma io lo vedo come una vessazione della donna. Il giorno che lo porteranno anche gli uomini dirò che è un’affermazione d’identità. Per Charia Hebdo non ho visto grandi slanci di solidarietà in Italia, è vero. Ci sono due canali di lettura. Fare satira su certi argomenti è oggettivamente pericoloso. Non siamo tutti eroi. E il confine tra rispetto per le religioni  e diritto di satira non è facile da tracciare. Dove finisce uno e inizia l’altro? Mi piacerebbe che accadesse anche il contrario, che i religiosi prendessero in giro gli atei e gli agnostici”.

Una che ha disegnato molti burqa nelle sue tavole – un po’ come Charlie Hebdo con Burqalembours, infinite ed esilaranti variazioni sul tema in puro stile Jacovitti -, è Pat Carra. Per esempio nel suo bellissimo Sex of humour (Fandango) c’è un trans, sotto al burqa, che cerca in questo modo di spacciarsi per donna e adescare… “Volevo ironizzare sui puttanieri, non sul burqa – dice -. Noi occidentali abbiamo una visione distorta del burqa, del velo. Come dicono loro, la taglia 42 è il nostro burqa. Nei Paesi islamici c’è una lotta femminile, sotto al burqa ci sono fior di femministe. Ho cominciato a disegnare donne col burqa sotto le bombe americane. Il burqa giustifica le bombe? Sono andati là per liberare le donne dal burqa”. Insomma, come dice una vignetta di Carra, “il velo è mio e me lo gestisco io”. Quanto a Charlie Hebdo, fatta salva la dovuta solidarietà, “Questo tipo di provocazioni, non m’appartiene. Sono sfide falliche. Non è il mio tipo di satira. Sono sicura che ci avranno pensato prima di farla. La reazione era prevedibile. Io non sono una paladina dei diritti, il diritto di satira, il diritto di…”.

“Se lavorassi ancora per qualche giornale avrei fatto una vignetta sull’attentato – dice Giorgio Forattini, un libro in uscita la prossima settimana per Mondadori -. Io vivo tra Milano, Roma e Parigi, quando sono a Parigi compro sempre Charlie Hebdo… Ho fatto una vignetta per solidarizzare e l’ho mandata al mio amico Plantu (disegnatore di Le Monde). Quando ho disegnato Khomeini con la barba che brucia sono dovuto andare all’estero per le reazioni degli integralisti… Mi hanno detto che ero in pericolo…”.

In qualche modo Vauro (e Vincino) sul Male oggi in edicola solidarizzano   (forse) con Charlie Hebdo”. Si può fare satira sulla religioni e il Male la fa sui buddhisti: quelli “al massimo si danno fuoco loro”. E sul numero scorso hanno premiato un aspirante vignettista per un disegno su Faceburqa, versione afghana del social network.