E’ stata una notte di scontri e proteste per le strade di College State, sede dell’università della Pennsylvania. Gli studenti si sono prima ammassati davanti agli uffici dell’amministrazione, inneggiando a Joe Paterno, il coach della locale squadra di football licenziato dall’università nell’ambito di un’inchiesta di pedofilia. Poi si sono dispersi nelle vie intorno e hanno cominciato a distruggere tutto quello che trovavano a portata di mano: segnaletica stradale, bidoni dell’immondizia, semafori. Il camioncino di una stazione televisiva è stato ribaltato, e i ragazzi si sono accaniti a calci e sprangate, sino a distruggerlo. Molti di loro avevano il volto coperto con sciarpe e magliette, per difendersi dallo spray sparato dalla polizia. Cori, botti, il rumore di vuvuzela e di clacson sono continuati sino all’alba, quando la polizia è riuscita a riportare la calma.

Gli incidenti di Penn State University rappresentano l’episodio più grave di rivolta studentesca degli ultimi anni. Non è ancora chiaro quanti studenti siano stati arrestati, e quanti siano i feriti. La rabbia dei ragazzi è scoppiata quando il Consiglio d’Amministrazione di Penn ha annunciato il licenziamento di Graham B. Spanier, presidente dell’università, uno dei più celebri e pagati presidi degli Stati Uniti. Con lui, appunto, è stato cacciato Joe Paterno, 84 anni, allenatore della squadra di football di Penn dal 1966, una delle leggende dello sport americano, l’uomo che ha collezionato più vittorie nell’intera storia del football universitario.

E’ una storia brutta, di abusi sui minori, di silenzi, di un presunto “onore” sportivo da difendere quella che si è conclusa con le violenze studentesche. Tutto inizia nel marzo 2002, quando Mike McQueary, uno dei giovani assistenti di Paterno, entra nello spogliatoio della squadra per lasciare un paio di scarpe nel suo armadietto. E’ sera tardi. Nello spogliatoio non dovrebbe esserci nessuno. La luce della sala delle docce è però accesa. Attraverso la porta, chiusa, arriva il rumore di acqua corrente e di strani gemiti. Mike apre la porta e infila la testa nella sala. Sotto una doccia c’è Jerry Sandusky, altro allenatore della squadra, ultracinquantenne, che abusa sessualmente di un bambino di 10 anni.

Mike McQueary, che a quell’epoca ha 28 anni, non va dalla polizia a denunciare il fatto. Si rivolge invece proprio a Joe Paterno, suo padre-padrone, raccontandogli quanto ha visto. Nemmeno Paterno va dalla polizia, ma avverte dell’accaduto il direttore atletico dell’università, che a sua volta si rivolge al vice-presidente di Penn. Passano settimane, mentre la notizia di quanto avvenuto negli spogliatoi sale di grado in grado, sino ai vertici dell’università. Sandusky non è nuovo a episodi e denunce di questo tipo. Nel passato era stato beccato a fare la doccia nudo con un bambino di 11 anni. In un’altra occasione, un guardiano lo aveva visto fare sesso orale con un altro bambino.

Alla fine i vertici dell’università prendono la loro decisione. A Sandusky viene ritirata la chiave degli spogliatoi e gli viene proibito di entrare negli spazi dell’università con minorenni. L’uomo non viene denunciato alla polizia. Anzi, rimane vicino alla squadra, tanto da farsi vedere regolarmente alle partite di Penn State, salutato con calore da Paterno e dagli altri dirigenti sportivi. Nel 2008, però, l’ufficio del Procuratore dello stato della Pennsylvania comincia a indagare su Sandusky. Sono almeno 15 le denunce nei suoi confronti, sempre relative ad atti sessuali e violenze con minori. Nel corso dell’inchiesta, viene fuori anche la vecchia storia dello spogliatoio. Scoppia lo scandalo, cui i vertici di Penn cercano di rispondere, licenziando dopo settimane di polemiche il presidente dell’università e Paterno.

“Battete il Nebraska”, è stato il messaggio lanciato ai suoi da Paterno sulla porta di casa, dove è comparso abbracciato alla moglie, per rispondere alle domande dei giornalisti. Non ha detto molto, se non appunto spronare la sua squadra a battere il prossimo avversario, il Nebraska, e invitare gli studenti a “non danneggiare i beni dell’università”. Per JoePa, come era affettuosamente chiamato dai suoi giocatori, si tratta della fine umiliante di una carriera iniziata più di 60 anni fa. Paterno, figlio di immigrati italiani con un forte accento di Brooklyn, l’uomo che amava porsi come “guida morale” per i suoi ragazzi, diventato uno degli sportivi più ricchi d’America, voleva restare alla guida della squadra sino alla fine della stagione. Lo scandalo ha risucchiato la sua carriera e, presumibilmente, il suo onore.

Mentre la magistratura indaga su eventuali responsabilità penali dei dirigenti di Penn State, resta lo stupore di buona parte dell’opinione pubblica di fronte alle responsabilità morali di un gruppo di educatori. Che per salvare buon nome dell’università, e introiti pubblicitari e televisivi derivanti dal football, hanno coperto lo stupro di un bambino di 10 anni.