Chi meglio del buon vecchio Mike avrebbe, con il suo tono entusiasta, saputo porre la domanda che sta frullando nella testa di tutti gli italiani dal pomeriggio di ieri?

Berlusconi lascerà davvero? E perché non lo ha già fatto? Cosa nasconde?

Probabilmente la maggioranza pensa che i prossimi giorni gli serviranno a provare a ricompattare i suoi numeri, mettere a punto un gioco di prestigio di quelli suoi, che gli riescono sempre quando riguardano la sua persona e mai quando implicano il benessere del Paese. E non credo ci sia da escluderlo.

Il problema, fra l’altro, è che questa estenuante agonia, sta sfinendo un paese già sull’orlo del baratro: dettaglio che, a colui che lo governa, sembra interessare ben poco.

Mi preoccupa, tuttavia, anche il rinvigorito “accanimento”, assolutamente comprensibile, focalizzato sulla figura del presidente, come se lui fosse il Male assoluto da estirpare. Ciò che spero non si trascuri in questo momento è che, quasi un ventennio di berlusconismo, seguito a un lungo periodo di craxismo (e si potrebbe risalire così indietro nel tempo) ha “contaminato” fortemente la politica e la società italiana che avrebbero ora bisogno di vivere una specie di risorgimento della morale e delle regole in tutti i settori.

Sarebbe banale e, al contempo, eccezionale aspettarsi un paese in cui ci possa candidare a incarichi pubblici solo se non coinvolti in nessuna indagine giudiziaria; in cui i curriculum e i meriti cominciassero a contare più delle conoscenze o della partecipazione ai festini; in cui le donne (ma anche gli uomini, per carita’)non fossero “amanti di”, “mogli di”, “fidanzate di” o “figlie di”. Un paese in cui non si vedano auto blu all’uscita degli stadi e in cui si rispettino un po’ di regole.

Un paese, insomma, tanto normale da essere dignitoso viverci.

Un paese, insomma, dove Silvio Berlusconi non sarebbe più presidente del Consiglio da molto, ma molto tempo.