Non c’erano solo bancomat, carte di credito, libretti di assegni e 300mila euro in cambiali. Ma anche documenti compromettenti per un ministro in carica. Che proverebbero due cene avvenute a Milano con esponenti della ‘ndrangheta. Questo il preziosissimo contenuto delle due valigette rubate il 30 ottobre scorso a Frediano Manzi, il combattivo presidente di Sos racket e usura. Almeno secondo quanto lui stesso ha denunciato. Perché la refurtiva non è stata più ritrovata, nonostante i carabinieri della compagnia di Rho abbiano già individuato alcune persone sospettate per il furto avvenuto a Garbagnate Milanese.

Le due valigette erano all’interno del furgone di Manzi. “E’ bastato che mi allontanassi tre minuti per bere un caffè – racconta il presidente dell’associazione anti usura -. Chi le ha prese sapeva che erano lì. Mi pedinavano da giorni e di certo è stato un furto su commissione”. Un duro colpo per la sua attività nel commercio dei fiori, tanto che Manzi, in passato vittima di diversi atti intimidatori, ha deciso la chiusura di cinque dei suoi chioschi sparsi nell’hinterland milanese. Ma nella vicenda c’è un lato più inquietante: dal furgone sarebbero scomparsi pure diversi documenti dell’associazione Sos racket e usura.

Documenti, dice Manzi, pronti a essere presentati in procura: “Molte di queste carte erano arrivate via posta anonimamente”. Tra queste, stando a quanto sostiene Manzi, c’erano le ricevute di due cene con allegata la fotocopia della carta di credito di un ministro in carica, che avrebbe provveduto al pagamento. Secondo il presidente di Sos racket e usura, a quegli incontri con rispettivamente una ventina e una quarantina di persone, erano presenti anche esponenti della ‘ndrangheta lombarda. Cene avvenute a Milano nel 2009, nello stesso periodo delle elezioni provinciali ed europee sulla cui campagna elettorale c’è stata un’inchiesta della procura di Milano, nelle cui carte è finito il nome di un ministro (non indagato). Forse lo stesso di cui parla Manzi.

“Mi hanno aperto il furgone per fare sparire questi documenti”, accusa. E poi per fare sparire carte sugli appalti firmati da un importante esponente del Pdl lombardo (“già sotto indagine”, dice Manzi) e finiti ad aziende legate allo stesso. E documenti compromettenti per esponenti locali del Pd.

I carabinieri della compagnia di Rho fanno sapere che al momento non ci sono elementi per confermare che il furto sia stato su commissione. Ma Manzi è certo che l’obiettivo sia stato quello di impedirgli di fare nuove denunce. Come quelle che in passato hanno portato alle inchieste sul racket delle case popolari di Niguarda e Quarto Oggiaro, o sull’ex prefetto di Napoli, Carlo Ferrigno, finito ai domiciliari con l’accusa di avere fatto sesso con due minorenni in cambio della promessa di fondi anti-usura da lui gestiti. Oppure sul giro di appalti dell’Aler, in cui è finito nel registro degli indagati il nome di Marco Osnato, consigliere comunale del Pdl a Milano e genero di Romano La Russa, fratello del ministro della Difesa.

Denunce scomode, quelle di Manzi. Che più volte è stato vittima di intimidazioni e azioni contro i suoi chioschi. Come la lettera del presunto boss della ‘ndrangheta di Bollate, Vincenzo Mandalari. Scritta poco più di un mese fa dal carcere di Ancona, faceva un solo nome: proprio quello di Manzi. E come il raid notturno dei primi di ottobre contro il suo negozio di fiori a Parabiago, seguito pochi giorni dopo da una missiva con minacce di morte. “Ho paura per la mia vita e per quella dei miei famigliari”, dice da tempo il presidente di Sos racket e usura, sottoposto a “tutela dinamica” da parte dei carabinieri, cioè a un servizio di ronde intorno alla sua casa e alle sue attività. “Tutto inutile, non passano quasi mai e gli atti contro di me continuano – aggiunge -. Se mi succederà qualcosa, il prefetto e l’Arma ne saranno responsabili”.

Nei giorni scorsi a Manzi è arrivata inaspettata la solidarietà di Forza nuova. Il segretario nazionale Roberto Fiore ha infatti inviato una lettera al prefetto Gian Valerio Lombardi, al ministro dell’Interno Roberto Maroni e al ministro della Difesa Ignazio La Russa per chiedere che lo Stato elevi “le misure di tutela nei confronti di questo coraggioso cittadino”, altrimenti il partito di estrema destra ingaggerà una scorta armata per difendere la vita di Manzi e dei suoi famigliari. Il prefetto in passato ha giustificato una certa freddezza nei confronti delle richieste del presidente dell’associazione anti usura con i dubbi su alcuni degli attentati: “Forse le cose stanno in maniera leggermente diversa da come vengono raccontate”, ha detto al Corriere della Sera. Mentre a ilfattoquotidiano.it il suo ufficio stampa fa sapere che “il prefetto non vuole commentare l’iniziativa di Forza Nuova”. In ogni caso, secondo Emanuele Fiano, deputato e presidente del forum Sicurezza Pd, “Manzi è oggetto di pericolosissime attenzioni da parte del mondo della criminalità organizzata”.