Un tiepido vento autunnale muove dolcemente la bandiera italiana issata a Chama, base militare a sud ovest del Libano, 20 chilometri da Israele. A fargli da sfondo, almeno per ora, c’è un cielo azzurro e un’aria di festa: il 7 novembre (ieri) i ragazzi siciliani della brigata Aosta hanno lasciato il posto ai pugliesi della Pinerolo. Alla cerimonia di avvicendamento non mancano lacrime di emozione: c’è chi riabbraccerà figli, mogli e madri dopo sei mesi di missione. Per chi arriva invece il compito si fa sempre più impegnativo. Il nostro esercito è infatti tirato per la giacchetta da Onu e Libano. Il problema è che non ci sono soldi. La missione Unifil dell’Onu, iniziata nel 2006, comprendeva lo schieramento di 1700 soldati italiani.

La nuova finanziaria prevede il taglio di più un terzo del contingente, in breve tempo si arriverà a poco più di mille unità. La coperta corta, nonostante il recente attentato di giugno, mal si concilia con le prospettive delle Nazioni Unite, che chiedono all’Italia uno sforzo in più in termini di prestigio: da gennaio il comando di tutto il settore ovest, ora in mano alla Spagna, passerà sotto il nostro tricolore. Da una parte si deve tagliare, dall’altra c’è chi ci chiede di comandare. Un “gioco di prestigio” difficile da realizzare.

Ma alla festa del 7 novembre a Chama c’è chi getta acqua sul fuoco delle polemiche. “Il ritiro delle truppe è compatibile con le esigenze della missione”, dice il generale Biagio Abrate, capo dello Stato Maggiore della Difesa. Sarà vero, ma intanto i compiti dei nostri soldati non cambiano: il territorio da coprire è sempre lo stesso, e i rischi non sono pochi. Perchè Unifil prevede la bonifica di tutta la “blue line” a ridosso del confine: centinaia di migliaia di mine lasciate in regalo dall’esercito israeliano in vent’anni di guerra civile. Per sminare l’equivalente di tre campi da calcio i genieri siciliani ci hanno messo sei mesi. Va da sé che se il contingente diminuisce ci vorrà ancora più tempo per svolgere il lavoro. E le mine mettono a rischio i bambini, i pastori, le donne e gli uomini che vivono di legna e piccoli allevamenti.

La coperta corta viene maldigerita dalle autorità locali: “Non vogliamo perdervi, contiamo molto su voi italiani – dice Abdel Kader Safiloldine, sondaco di Shama, che appartiene al partito di Amal – avete fatto molto ma c’è bisogno di voi qui”. Il concetto di “compatibilità” espresso dal generale Abrate non cozza solo contro gli sforzi chiesti dalle Nazioni Unite, ma dovrà essere spiegato anche alla società civile. Gli italiani qui sono visti come una manna dal cielo per la competenza e per la vicinanza con cui i soldati hanno gestito i rapporti con la polazione. Qualcosa che va oltre l’aspetto politico dell’attività di peacekeeping della missione, concetto discutibile in linea teorica, ma che praticamente, almeno qui a Shama, si traduce in sicurezza per un popolo martoriato dal conflitto israeliano. I “vicini di casa” sono tutt’altro che propensi a concedere anche solo un metro di quel confine fatto di rovi e sterpaglia, e che solo sulla carta appartiene al Libano, ma che di fatto è reso inutilizzabile a causa delle mine. Un lavoro che al momento sanno fare solo i nostri genieri, che lavorano mesi per rubare pochi metri alle bombe antiuomo.

Nel sud del Libano ci sono anche altri contingenti: l’Irlanda, la Solovenia, l’India, la Corea del Sud. Poche centinaia di uomini rispetto alla parte più operativa composta dagli italiani e che fa base a Chama e Nacura. Alla festa del 7 novembre il generale ha speso parole di stima e fiducia nei suoi uomini: “I risultati di questa missione italiana li leggo negli occhi delle autorità civili libanesi, che credono in voi, e il Governo italiano sottolinea fortemente l’importanza del vostro lavoro” ha detto ieri Abrate alle sue truppe durante la festa.

Un conto è cerderci, un altro è pagare. L’Italia in epoca di crisi e tagli drastici deve fare delle scelte. Scelte da spiegare all’Onu che ci regala il comando, e libanesi che da soli non possono sminare le loro terre. Un equilibrio internazionale che si fonda su una totabile instabilità dei rapporti con Isarele. E mentre l’Italia batte in ritirata gli israeliani mettono nuove telecamere al confine, per guardare a nord. Una pace armata fino ai denti pagata a caro prezzo da un solo popolo, quello libanese, che vede nei soldati italiani una speranza.