Questo fine settimana, in tutta Italia, si è svolta la prima giornata nazionale di guerrilla gardening: gruppi spontanei di cittadini e cittadine si sono dati appuntamento, si sono armati di paletta e terriccio e hanno individuato un obiettivo. E se ne sono presi cura, piantando arbusti, erbe aromatiche, fiori, ma anche bulbi e semi che spunteranno solo fra qualche mese.

A Roma, uno degli appuntamenti principali è stato sabato pomeriggio, per costruire insieme un orto errante per l’Accampata a Santa Croce in Gerusalemme; è lì che dopo la manifestazione del 15 ottobre si sono stabiliti gli indignati romani. Decine di persone di ogni età, molte delle quali già attive in orti e giardini condivisi della città, sono arrivate con una paletta, una pianta, e si sono messe a trapiantare e seminare. Poche chiacchiere, e mani nella terra.

Tutto questo è stato possibile perché una rete silenziosa di persone ha lavorato in questi anni per riscattare pezzi di terra abbandonata e coltivarli, soprattutto in città; è questo movimento silenzioso e inarrestabile il bacino del fenomeno visto ieri. Orti urbani, collettivi, sociali: il nome ci importa poco. Ci importa invece il fatto che questo movimento in piena espansione ha anche una marcia in più: la volontà di lavorare in rete, e la capacità di farlo, come si è visto ieri.

A rifletterci un attimo, non è l’esistenza di persone in grado di pensare in maniera così disinteressata al bene comune che stupisce. È semmai l’incapacità di molta politica, purtroppo spesso quella che può decidere sui grandi numeri, di dare delle risposte a questo fenomeno. Le eccezioni sono di fatto solo locali –per fortuna non mancano esempi di terreni affidati. Allora l’impegno per moltiplicare queste iniziative può diventare un atto autenticamente politico, e può coinvolgere davvero ognuno di noi.

È bello che uno dei contesti simbolici di questa rivendicazione sia proprio la produzione del proprio cibo, in maniera naturale, cercando di ridurre al minimo l’impatto ambientale. Perché se si deve ripartire e immaginare una nuova era dei rapporti sociali e comunitari nelle nostre città, una capacità diversa di vivere scambi e quotidianità, è bello farlo proprio dalla terra. E, anche se il Pil non crescerà, ce ne faremo una ragione. Quello a cui abbiamo assistito in queste ore, è un esempio puro, creativo, disinteressato, ma molto meno ingenuo di quanto si potrebbe pensare, di vivere gli spazi collettivi. I nostri spazi.

Qui potete vedere alcune foto

(scritto insieme a Laura Petruccioli)