Una fiaba a volte racconta più di cento articoli i giorni che viviamo, questa me l’ha mandata il mio amico scrittore Alberto Cavanna e credo che stasera meriti di essere raccontata ai nostri piccoli e non.

La ballata del pescatore e del pescecane

C’era un pescatore poverissimo che viveva con la famiglia numerosa in una misera baracca vicino al porto. Aveva solamente una piccola barca mezza marcia, una rete lisa e piena di buchi, un vecchio arpione arrugginito con i quali non gli riusciva di prendere nulla e non riusciva mai ad allontanare dalla sua casa lo spettro della fame e della miseria.

Gli altri pescatori, quando lo vedevano tornare triste e a mani vuote, gli davano un poco del loro pesce e gli dicevano che l’indomani sarebbe stato più fortunato, ma lui ormai non ci credeva più perché era troppo tempo che la sua rete restava vuota.

Un giorno che il mare era grosso si recò dal più vecchio dei pescatori della zona per avere consiglio: «Se vuoi pesci buoni devi andare al largo. Ma stai attento perché al largo ci sono i pescecani e ti porteranno via tutto»

L’uomo ringraziò il vecchio e l’indomani uscì in mare che era ancora notte fonda. Remò per ore ed ore fino a che la terra non si vide più e poi gettò la vecchia rete. Quasi non riuscì a credere ai propri occhi quando la vide piena di pesci enormi, tanti e così grossi che non riuscì a issarla a bordo. Prese allora l’arpione arrugginito iniziò  a tirarli in barca uno per uno.

Arrivò il pescecane e fece per avventarsi sulla rete. «Fermati! Aspetta!» gli urlò il pescatore. E gli raccontò della sua misera capanna nei sobborghi del porto e della sua numerosa famiglia che lo aspettava per mangiare. Il pesce aveva il muso fuori dall’acqua, gli occhi neri e freddi lo guardavano senza espressione: solo la grande bocca piena di denti sembrava ridere. «Non mi interessa cosa fai e come vivi pescatore. Io sono il pescecane e mangio tutti i giorni ogni cosa che si trova sul mio cammino»

Il pescatore gli si avvicinò. «Ti prego, prova a capire: mia moglie e i miei figli moriranno se torno ancora a mani vuote. Il pesce che tu mangi in un giorno solo noi lo saleremo e ci sfamerà per mesi. Non puoi aspettare per un solo giorno? » Quello lo guardò e la bocca sembrava ancora più grande.

«Io non so cosa voglia dire capire, cosa sia aspettare: sono cose che non mi interessano perchè non ho bisogno di farle. Perché io sono il pescecane e ho la forza che mi dà il potere di fare quello che io voglio. Io non mangerò il tuo pesce perché ho fame ma per continuare ad avere la forza che mi permette di fare di te e di quelli come te quello che io desidero»

L’uomo lo guardò e vide ancora i rotondi occhi neri, gelidi. Solo la grande bocca sembrava ancora più grande, stirata in un ghigno simile ad una risata di derisione.

Allora il pescatore strinse l’arpione e, con una mossa fulminea lo infilò nel cervello del pescecane attraverso l’occhio. E lo ammazzò.