Marinagela D'abbraccio in "Teresa la ladra"

Dacia Maraini ancora si commuove e insieme sorride al ricordo della “sua” Teresa: una ladra incallita, una donna di grande umanità. Un personaggio da romanzo, insomma. E infatti “Memorie di una ladra” fu il libro che nei primi anni Settanta la scrittrice le dedicò trascrivendo fedelmente le avventure che lei stessa le aveva raccontato.

Dal fortunato romanzo fu poi tratto un film di successo con Monica Vitti, “Teresa la ladra”. E oggi, a quasi quarant’anni di distanza, con lo stesso titolo debutta sulle scene milanesi il musical da camera scritto da Dacia Maraini, diretto da Francesco Tavassi, musicato da Sergio Cammariere e recitato da Mariangela D’Abbraccio accompagnata da un’orchestra di otto elementi (Teatro Tieffe Menotti, dall’8 al 20 novembre).

Una formula, quella del teatro musicale, che il Tieffe Menotti ha già sperimentato con successo recentemente con una riedizione corale e multietnica di “El Nost Milan”. Ma questa volta sul palco, insieme ai musicisti c’è solo lei, Teresa-Mariangela, in un monologo che cavalca la vita di questa ladra simpatica e guascona dagli anni della prima guerra Mondiale ai Settanta: una vita di miseria, furti, fughe, cadute, rinascite, ricadute.

«Perché Teresa non ha mai smesso di essere quello che era: una ladra» dice Maraini. «E come tutti i ladri spendeva ogni volta rapidamente tutto quello che ricavava dai suoi furti. Riuscì a sperperare rapidamente anche il gruzzoletto che aveva accumulato con i diritti del libro e del film che avevo diviso a metà con lei. LeLa esortavo: “comprati una casa”, ma lei niente, proprio non riusciva a cambiare il suo modo d’essere: “Nelle mani dei ladri i soldi bruciano, li dobbiamo spendere subito” mi diceva».

Maraini aveva conosciuto Teresa durante una sua visita a Rebibbia: «Mi bastò parlarle due minuti per capire il personaggio». La scrittrice aspettò che uscisse di galera e da allora la incontrò ogni giorno per un anno ascoltando i mille episodi della sua vita di figlia di una famiglia poverissima di Anzio, rifiutata dal padre e dai molti fratelli, randagia per necessità e non per scelta, aiutata solo da malviventi e puttane, frequentatrice di squalide pensioni, cinema di terza categoria, manicomi e patrie galere. Eppure sempre allegra, semplice, solare. A suo modo onesta.

«Un grande personaggio picaresco» dice Maraini, che l’ha frequentata fino alla sua morte, qualche anno fa. «Una ladra sì, ma tanto diversa dai ladri meschini che oggi ci circondano, una che non ha mai fatto male a nessuno: Teresa ha rubato a chi aveva più di lei, che non aveva niente». Con bravura, oggi si direbbe con professionalità: «Il suo orgoglio era l’abilità manuale che aveva affinato e l’arte dell’inganno in cui era maestra».

Tutte «doti» che Mariangela D’Abbraccio si trova a incarnare in uno spettacolo travolgente, con 18 cambi d’abito e l’interpretazione, oltre che del testo, anche di alcune canzoni scritte per l’occasione da Cammariere: «Una colonna sonora degna di Brecht e Weill» le definisce l’attrice, per un’«operina buffa» su un personaggio popolare di un’Italia che non c’è più. Perché, signora mia, anche i ladri non sono più quelli di una volta.