Mi perdonerete se mi cimento ancora in un campo che non è il mio. Il momento è grave ma non serio, direbbe Ennio Flaiano, ma non è possibile cavarsela con un aforisma.

Grave o serio che sia, il momento è di passaggio. Scrivo prima che cominci il dibattito sul rendiconto e quindi prima di sapere quali eventuali sviluppi ci saranno sul tema che tiene bloccata l’Italia da troppo, troppo tempo.

Scrivo in qualità di cittadino che vorrebbe condividere con degli altri cittadini le proprie (modestissime) riflessioni. Un cittadino, il sottoscritto, che non vota da tempo immemorabile. Convinto (probabilmente a torto) che questa sia l’unica maniera per mandare un messaggio forte a una classe politica che tra corruzione, consociativismo, clientelismo e incompetenza ha portato il paese in quella situazione magistralmente descritta da Flaiano.

Mi rendo benissimo conto di quali e quante contro-indicazioni abbia il non-voto. E di quali e quante ne abbia quello che sto per sostenere. Che cioè in questo momento, più che mai, dovrebbero essere recuperate quelle condizioni “pre-politiche” che permettono alla Politica di usare la famosa “P” maiuscola. Senza concentrarsi più di tanto sui giochi di Palazzo e sulle “contrapposizioni” partitiche (le virgolette sono ironiche).

E’ che non ritengo possibile che vizi (e stravizi) della classe politica siano ascrivibili solo alla presenza di cattive persone nelle aule parlamentari. Ma soprattutto, sono convinto che se i nostri comportamenti di tutti i giorni fossero diversi, sarebbe molto più difficile commettere e giustificare malefatte che hanno del surreale. Come quelle che incontrovertibilmente vengono giornalmente perpetrate dalla politica.

E allora provo a buttare giù uno schizzo di piccole attività giornaliere che costringerebbero la classe politica a fare davvero i conti con la società civile.

  • Non chiedere e non dare raccomandazioni
  • Osservare la legge (previa conoscenza ed eventuale critica della stessa)
  • Rendersi conto che certi soldi hanno odore, e anche forte
  • Costruirsi la propria opinione invece che subirla passivamente
  • Ricordarsi i Doveri oltre ai sacrosanti Diritti
  • Ascoltare oltre che parlare
  • Rifiutare la cultura del sospetto, del tifo, dell’appartenenza e del “così fan tutti”

Personalmente sono tutt’altro che certo di osservare tutti i giorni questi precetti. E so bene che la patologia della nostra politica, che denuncio con forza, non si sconfigge con un vademecum di comportamento.

Credo però anche che la rivoluzione dal basso, che auspico, debba partire proprio dalle piccole cose, per poi risalire verso l’alto. Spero ardentemente di poter e voler votare alle prossime elezioni, ovviamente a patto di scegliere i miei rappresentanti, altrimenti non se ne parla nemmeno.

Un’ultima avvertenza: questa impostazione presta il fianco a varie accuse, dal qualunquismo al “tutto-lo-stessismo”. Il direttore Gomez però ci chiede di raccontare il Paese, e io sono convinto che assieme a chi dissente ci sia una porzione di Italia che non si riconosce nelle attuali bandiere ma vorrebbe costruire davvero quella Politica che sogniamo da troppo tempo. Perché, come diceva sempre il geniale Flaiano, la politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai politici.