Un debito pubblico fuori controllo, una miscela micidiale di proteste di piazza, una non più rinviabile road map di tagli e riforme imposti da Bruxelles e l’ultimo infelice tentativo di legittimare il proprio governo con un referendum popolare nel momento più duro per la Grecia. Una combinazione micidiale di elementi che ha portato nelle ultime ore il primo ministro greco, George Papandreou, a rassegnare le dimissioni e ad aprire a un governo di unità nazionale.

Che la permanenza di Papandreou alla guida del Paese fosse in bilico era già nell’aria quando si era presentato, in un clima tesissimo, al G20 della scorsa settimana su invito del presidente francese Nicolas Sarkozy. In quell’occasione i leader europei (e non solo) erano parecchio irritati e allarmati per il colpo di scena del referendum popolare. Insieme a lui, un’accoglienza a dir poco fredda era toccata anche a Silvio Berlusconi la cui credibilità politica, come quella di Papandreou, è secondo considerata una zavorra per il risanamento dei conti pubblici italiani ed europei.

Classe 1952, Papandreou è il terzo di una dinastia politica di primo piano. Il padre Andreas era stato il fondatore del partito socialista Pasok, mentre il nonno Giorgios aveva guidato la democrazia ellenica prima del colpo di stato dei colonnelli. Lui, Georges, nato in Minnesota da madre americana, è cresciuto lontano da Atene. Ha studiato in Stati uniti, Canada, Svezia e Gran Bretagna e solo nel 1974 è rientrato insieme al padre in Grecia, dopo la caduta della dittatura dei colonnelli. La sua ascesa politica inizia con l’elezione a deputato socialista nel 1981, lo stesso anno in cui suo padre è stato eletto premier.

Tutt’altro carattere rispetto a quello sanguigno del padre, Georges ha sempre avuto uno stile pacato e modi decisamente più anglosassoni. Un elemento che, insieme a una discreta vena populistica, aveva convinto molti. Alla fine, infatti, Papandreou ha saputo scrollarsi di dosso l’immagine dell’ex premier socialista Costas Simitis trascinando nel 2009 i socialisti al governo dopo sei anni di centrodestra.

Sembrava l’inizio di una nuova fase. Ma la Grecia aveva mentito nel 1999 sui propri conti pubblici alla vigilia dell’entrata nell’euro sul tetto del 3% del deficit e fatto poco negli anni successivi per raddrizzare il bilancio dello Stato. Così, a neanche due mesi dal suo insediamento, Papandreou si è ritrovato a fare i conti con le spallate delle agenzie di rating. Prima quella di Fitch e poi, all’inizio del 2010, quella di Standards&Poor’s che ha declassato la Grecia da A- a tripla B, proprio mentre per la prima volta lo spread greco superava quota 400.

Da quel momento Papandreou è diventato un sorvegliato speciale a Bruxelles, alle prese con il piano di aiuti mirato a frenare la caduta greca e un possibile contagio. Le riforme strutturali per invertire la rotta, però, non sono mai arrivate.

Il tramonto del leader si è consumato in un pomeriggio. L’ex premier è stato liquidato con un tiepido cenno di “rispetto” per la decisione “di farsi da parte” da parte della cancelliera tedesca Angela Merkel. Per la stampa ellenica, Papandreou è ormai un capitolo chiuso, autore senza grandi meriti di un accordo definito “storico” per aver trascinato l’opposizione di Antonis Samaras di Nea Dimocratia ad accettare il piano dell’Ue.

Una volta archiviata la pratica di Atene, i media internazionali guardano ora con ancora maggiore attenzione all’Italia, seconda sorvegliata speciale. Proprio sulla scia greca, molti attendono un decorso simile a Roma. “Quello che succede in Italia e in Grecia preoccupa il mondo, non solo l’Europa” ha ricordato Amadeu Altafaj, portavoce del vicepresidente della Commissione europea e responsabile per gli affari economici della Ue, Olli Rehn.

E nonostante le condizioni economiche dei due Paesi siano ben diverse, molti vedono sempre più plausibile un epilogo simile. Ovvero che, nonostante le resistenza, anche il premier italiano Silvio Berlusconi finisca travolto dal ritardo con cui il suo governo ha risposto alle pressioni europee. Allo stesso modo, mentre in Grecia si inseguono le voci sul nome di Lucas Demetrios Papademos, ex governatore della Banca centrale greca ed ex numero due della Bce, anche in Italia, in caso di un governo di unità nazionale, lo sguardo potrebbe posarsi su una figura come quella, molto apprezzata anche oltre confine, dell’ex commissario europeo Mario Monti.

di Tiziana Guerrisi