Ogni quattro anni, l’Election Day negli Stati Uniti è un evento mondiale. E l’Italia lo attende e lo vive quasi come un evento di politica interna, perché la benevolenza dell’amministrazione Usa verso il governo italiano, quali che siano il presidente e il premier, è considerata un elemento essenziale per la credibilità e la stabilità del nostro esecutivo. Al punto da barare, per farla apparire anche là dove non c’è.

L’ultima settimana, ad esempio, buona parte della stampa italiana ha mistificato in modo palese due notizie americane. La prima quando Obama, presentatosi per ragioni elettorali all’annuale convention di un’organizzazione di americani di origine italiana tendenzialmente conservatrice, la Niaf, ha tessuto l’elogio dell’Italia e del contributo dell’immigrazione italiana alla Nazione americana: un discorso etnico e cerimoniale, trasformato in un messaggio politico.

La seconda quando una fonte Usa al Vertice del G20 a Cannes ha detto che cambiare governo in Italia, come in Grecia, non avrebbe di per sé risolto i problemi: non era un appello alla continuità, ma un modo per notare che i nuovi governi dovranno affrontare i problemi già esistenti e finora non risolti.

Fra un anno esatto, il 6 novembre 2012, sarà Election Day negli Stati Uniti: il giorno in cui gli americani andranno a votare per eleggere il presidente dell’Unione 2013/16, oltre che per rinnovare tutta la Camera, un terzo del Senato e i governatori di decine di Stati. Il presidente Barack Obama, un democratico, il primo nero alla Casa Bianca, punta a un secondo mandato; i suoi rivali repubblicani mirano a scalzarlo, ma prima devono battersi tra di loro per acquisire il diritto a sfidarlo. Per tutti, la strada è ancora lunga: un 2011 di schermaglie, di test di prova, di dibattiti di riscaldamento, che pure sono già serviti a diradare il campo dei concorrenti repubblicani, sarà azzerato quando, a gennaio, nello Iowa, si cominceranno a contare i voti della corsa alla nomination.

Se si votasse ora, dicono gli ultimi sondaggi pubblicati, il presidente Obama vincerebbe nonostante tutto: nonostante la crisi economica da cui non si esce e che potrebbe anzi peggiorare –ma questo è uno scenario catastrofico per l’inquilino della Casa Bianca -; i tiramolla con i repubblicani all’opposizione, che da un anno hanno la maggioranza alla Camera sul contenimento del debito e il rilancio della crescita; l’incapacità palpabile e percepita di incidere nei processi di pace in Medio Oriente e l’impreparazione all’insorgere della Primavera araba; il sapore di sconfitta che lasciano le guerre finite, ma non vinte, in Iraq e in Afghanistan (dove, tra l’altro, si combatte ancora).

Vediamo, infatti, a un anno dal voto, i dati sui possibili incroci tra Obama e i suoi sfidanti: Obama li batterebbe tutti, tranne Mitt Romney, con cui è praticamente un testa a testa. Ma Romney, ex governatore del Massachussetts, è quello che gli americani definiscono un loser, un perdente: farà molta fatica a ottenere la nomination e ne farebbe molta di più a conquistare la Casa Bianca. Nella sfida tra Obama e Romney, oggi vincerebbe l’ex governatore 44% a 43% – pure qui, il divario è statisticamente irrilevante -. Niente da fare per gli altri aspiranti presidenti: Obama contro Herman Cain, miliardario nero, finirebbe 46% a 41%, contro Richard Perry, ex governatore del Texas, 47% a 41%.

In corsa per la nomination repubblicana, ci sono Romney, Perry, Cain e, apparentemente con minori chance, pure Michele Bachmann, deputata del Minnesota, l’ex speaker della Camera Newt Gingrich, che azzarda un come back dagli anni Novanta, l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum, cattolico e italo-americano, l’ex ambasciatore degli Usa a Pechino Jon Huntsman, che è stato anche governatore dello Utah, e Ron Paul, padre del neo-senatore del Kentucky Rand Paul.

Prima degli appuntamenti che contano per raccogliere delegati alla Convention repubblicana di mezza estate – tra gennaio e febbraio 2012, la lista delle primarie si apre con Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina – potrebbe ancora aggiungersene qualcuno, ma qualcuno potrebbe anche andarsene.