Sono giorni di transumanza.

Sono giorni di lettere, alcune anonime e altre coi nomi. Di frondisti che però non lasciano la maggioranza. Di deputati che spaccano telecamere. Di voti di sfiducia annunciati senza voti di fiducia annunciati. Di cambi di casacca. Di porte girevoli. Di Responsabili incerti, di pidiellini in hotel, di neocattolici e neosocialisti. Di un Gruppo Misto traboccante, di futuristi che vogliono tornare a casa.

Sono giorni di scelte “per il bene del Paese”, di parlamentari al primo mandato e a un anno e mezzo dal vitalizio, di colloqui quotidiani con Verdini, di fedeltà a percentuali variabili. Di date e di eventi: l’8 novembre, il 16 novembre, il 14 dicembre 2010.

Sono giorni di frasi fatte e ripetute in modo stanco: “Berlusconi deve fare un passo indietro”, “c’è bisogno di aprire alle forze moderate del Paese”, “È il momento della responsabilità”. Di posizioni politiche messe in un frullatore: il Pd ha dieci idee diverse, l’opposizione tutta quindici, nella maggioranza ogni parlamentare pare possa avere una posizione tutta sua. Trattabile e ritrattabile.

Sono giorni di cognomi che si alternano ossessivamente: Letta, Schifani, Monti. Oggi favoriti, domani scartati. Oggi governo tecnico, domani elezioni. Oggi si vota a gennaio, domani si vota ad aprile, dopodomani si vota l’anno prossimo. Oggi si fa il referendum sulla legge elettorale, domani si cambia la legge ma in Parlamento, dopodomani si vota con queste regole.

Sono giorni di alluvioni, di disastri, di schiaffi dall’Europa e dal mondo al nostro Paese e alla nostra credibilità. Di ferite aperte e sanguinanti. Di spread, di default, di speculatori e scommettitori, di frasi di circostanza dei grandi del mondo per evitare che la Borsa impazzisca e che l’Euro diventi un esperimento drammaticamente fallito.

Sono gli ultimi giorni di Berlusconi, secondo molti, quasi tutti. Non ci credo più, non ci credo finché non lo vedo, non ci credo finché non lo vedo all’opposizione o, meglio ancora, fuori dalla politica.

Ma se così fosse, il premier cadrà per un improvviso smottamento della maggioranza. Tre parlamentari, forse sei, forse venti. Chissà quanti. Il comunicato di Napolitano e le consultazioni con l’opposizione hanno improvvisamente restituito il coraggio anche ai fedelissimi di Berlusconi, ai forzisti del 1994. La prospettiva di arrivare fino a fine legislatura, con un altro leader, regala a molti l’opportunità di essere infedeli.

Ma in fondo che differenza c’è tra questi parlamentari e Razzi e Scilipoti? Come potrei misurare la diversa caratura morale di uno scontento del Pdl rispetto al Mastella del Governo Prodi? Perché quelli che vanno da sinistra a destra sono venduti e quelli che scaricano Berlusconi a metà legislatura sono statisti illuminati?

Qualcuno mi risponderà che il Pdl ha comprato il consenso. Pare evidente a tutti. Ma non esistono prove, né tantomeno indagini. E oramai è passato un anno dalle urla del Parlamento contro la Polidori, dalla folgorazione di Calearo, dalla nascita del Movimento di Responsabilità Nazionale. Ma il punto non è neppure questo. Assumiamo che il Pdl abbia davvero sedotto gli scontenti dell’opposizione con offerte di qualsiasi natura: chi mi garantisce che in queste ore non stia accadendo lo stesso a parti invertite? Chi mi garantisce che i partiti dell’opposizione e le nuove forze politiche che sembrano pronte a scendere in campo, o a salire in politica, non abbiano ragioni convincenti almeno quanto quelle di Verdini?

Sono giorni in cui maledico il Porcellum. Perché non mi aiuta a riconoscere la differenza tra il giusto e lo sbagliato, il vero e il falso, tra la politica e il calcio mercato, tra i valori umani e quelli bollati.