Accusata di puzzare e poi licenziata in tronco per una lite col capo sulla pulizia dell’ufficio. E’ la brutta esperienza vissuta tre anni fa da un’operaia della Tecno Label, ditta tessile di Carpi (Modena) con 14 dipendenti. Ora il giudice, decretando l’ illegittimà del licenziamento, ha ordinato al titolare di versare un risarcimento pari a sei stipendi. Infatti non sono possibili il reintegro sul posto di lavoro e il pagamento di tutte le mensilità garantiti nelle ditte con almeno 15 dipendenti dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Eppure questa norma considerata l’ultimo baluardo dai sindacati è nuovamente sotto attacco: a nove anni dallo scontro con la Cgil di Cofferati, il governo Berlusconi ha proposto il libero licenziamento ‘per crisi economica’ in nome di una maggiore flessibilità in uscita che una parte del Pd continua a collegare al potenziamento del welfare per i precari.

I fatti trattati nella causa di lavoro si svolgono nel cuore del distretto tessile modenese, catapultato dal boom degli anni ’60 in una crisi ormai ventennale che risparmia solo le griffe. Il settore è in costante perdita di imprese e operatori sostituiti, come nel distretto toscano di Prato, da operai cinesi costretti a cucire e confezionare fino a 16 ore al giorno in condizioni malsane.

Al contrario Karima (nome di fantasia per la protagonista della vicenda) trova un lavoro regolare e un contratto a tempo indeterminato alla Tecno Label, ditta che fabbrica etichette, nastri e passamanerie di fibre tessili. Per lei, mai oggetto di  sanzioni o rimproveri, sono un fulmine a ciel sereno le lettere che il 5 e 10 novembre 2008 ne dispongono la sospensione e il licenziamento.

Da quel momento Karima entra nel ‘girone’ del precariato, che in Italia abbraccia la maggioranza di subordinati tra partite Iva di finti artigiani, contratti a tempo determinato, a progetto, a chiamata e part time. Ancor più difficile per una migrante extracomunitaria che vive con la spada di Damocle dell’espulsione per la perdita del permesso di soggiorno tra la scadenza di un impiego e il ricatto di un lavoro sommerso, tra un ordine di rimpatrio e una denuncia in agguato. La sua grave colpa? “Aver insultato pesantemente il titolare e abbandonato il posto di lavoro senza chiedere l’autorizzazione”.

La causa promossa nel 2010 da Karima vede sfilare come testimone l’ex responsabile del reparto Graziano Rovatti, secondo cui “la ricorrente ha pulito l’ufficio di Bassi (il titolare) quando lui non c’era e si è arrabbiato. Non era mai andata a pulire l’ufficio, non so perché quel giorno lo abbia fatto”. Quanto alla lite, Rovatti ricorda che “lei si sentiva male, voleva prendere aria e io le diedi il permesso di uscire” mentre più tardi “la ricorrente offendeva Bassi, gli diceva bastardo e figlio di puttana” alla presenza di due impiegate e del responsabile della tessitura Paolo Roveri, che conferma sostanzialmente la versione.

L’altra testimone Lorena Galavotti, nella ditta fino al 2009, ricorda invece che il titolare accusava Karima “di avergli spostato le carte con tono pesante e molto arrabbiato” mentre lei “era agitata che sembrava non tirasse il fiato, gli disse che era una brutta persona e non doveva trattarla così”. Poi Galavotti rivela: “Bassi mi aveva mandato un dipendente per dirmi di fare qualcosa perchè la ricorrente puzzava. Ricordo che venne Graziano a dirmi di fare una lettera alla lavoratrice per contestarle che puzzava ma io mi rifiutai. Ciò accadde mi sembra alcuni giorni prima del litigio”.

La sentenza del giudice del Lavoro Carla Ponterio ha annullato il licenziamento di Karima con queste motivazioni: “Probabilmente esiste un legame tra il divieto posto alla ricorrente di entrare nell’ufficio di Bassi e la richiesta da questi rivolta, per il tramite di Rovatti, alla Galavotti affinchè facesse notare alla dipendente che puzzava – scrive il magistrato – E’ certo che fosse molto agitata in stato confusionale dopo l’aggressione da parte del Bassi, tanto da suscitare la preoccupazione nella Galavotti. Il motivo del rimprovero appare non proprio meritevole di una così dura reazione ed anzi indegno se riferito, come non può del tutto escludersi, alla presunta ‘puzza’ emanata dalla lavoratrice. La ricorrente non ha offeso il datore di lavoro ma si è difesa ed ha risposto ad una modalità offensiva di rimprovero”.