Il primo è stato l’acuto Maurizio Gasparri che ha definito le parole di Antonio Ingroia come “gravi e inquietanti”. Fabrizio Cicchitto ha fatto di meglio bollandole come improbabili e anticostituzionali. Praticamente un assist a Giorgio Stracquadanio che ha subito insaccato chiedendo  al Csm di “aprire un fascicolo per la gravissima violazione di ogni regola giuridica e deontologica da parte di un magistrato che si comporta come un militante estremista”. Subito dopo sono scesi in campo gli esimi giuristi. Il palermitano Bartolomeo Romano, membro laico e pidiellino del Csm, ha alzato il tiro:Se un magistrato vuole fare politica – ha sentenziato il penalista – si tolga la toga, magari per sempre”. Alessandro Sallusti ovviamente gongolava sul Giornale riuscendo a rimanere serio quando definiva le dichiarazioni del magistrato come “parole terribili” che addirittura permettono “di rileggere, e riscrivere, la recente storia dei rapporti tra politica e giustizia”.

Per chi si fosse perso le dichiarazioni del procuratore aggiunto alla Dda di Palermo al congresso nazionale del Pdci sembrava che in Italia fosse in atto un vero e proprio golpe rosso – togato. Come se Ingroia avesse abbracciato Oliviero Diliberto e con il pugno chiuso al cielo avesse promesso fedeltà assoluta agli ultimi eredi della falce e martello per una scalata cosacca – togata al potere, con appena 22 anni di ritardo dalla caduta del muro di Berlino. Uno scenario a metà tra il fantasy e certi tetri incubi che volteggiano di notte a Palazzo Grazioli (e che il premier cerca di esorcizzare come può).

Uno scenario che però risiede solo nelle dichiarazioni dei tizi sopra elencati. Se qualcuno se le fosse perse – o in questo turbine di virgolettati da cortile le avesse dimenticate – le “gravi e inquietanti” parole di Ingroia infatti sono le seguenti: “Sono partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione. E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgerla, so da che parte stare”.

In Italia è quindi inquietante che un magistrato riveli non solo di rispettare la legge primaria di questo paese – ovvero la stessa Costituzione su cui ha giurato – ma addirittura vada oltre, dichiarando infatti di volerla difendere da chi vuole violarla.

In pratica si tratta di un magistrato che promette di onorare la Costituzione, difendendola dai criminali che l’attaccano. Di un magistrato che esprime la volontà di rimanere fedele ai valori fondanti della Carta costizuonale su cui ha giurato. In definitiva di un magistrato che promette di fare bene il proprio lavoro. In tutto il mondo sarebbe la normalità. In Italia invece tanto basta per suscitare l’immediata proposta di dimissioni avanzata dall’esimio consigliere del Csm Romano.

Mai come in questo caso principi come il rispetto della Carta costituzionale sono apparsi tanto cristallizzati come un concetto fuori dai programmi di questo Governo e dalla concezione di certi rappresentanti delle istituzioni. Il dato interessante è che Ingroia non è l’unico ad aver giurato sulla Costituzione. Anche alcuni degli autori delle fucilate mediatiche di cui sopra – oltre ovviamente ai loro diretti superiori – hanno dovuto farlo prima di poter occupare le alte poltrone su cui siedono comodamente. Che abbiano per caso giurato con le dita incrociate? O forse si trattava di una copia del Piano di Rinascita Democratica? Delle due l’una: in alternativa non si capisce bene cosa ci facciano lì.