La miniera di Cononish, nei pressi del villaggio di Tyndrum, all’interno del Loch Lomond and The Trossachs National Park

Ritorna nel ventunesimo secolo il miraggio della corsa all’oro. Non siamo però nel Klondike dove Zio Paperone ha fatto fortuna insieme ai pionieri, e nemmeno nella Sierra Nevada dei cercatori e della febbre dell’oro. Siamo in Scozia, dove una miniera in rovina potrebbe riaprire la sua attività di scavo già la prossima primavera, diventando l’unica miniera d’oro attiva in tutta la Gran Bretagna. La miniera di Cononish, nei pressi del villaggio di Tyndrum, all’interno del Loch Lomond and the Trossachs national park, è abbandonata dagli anni ’80. A vederla oggi, la miniera sembrerebbe tutt’altro che intenzionata a riaprire. Vicino all’entrata giacciono picconi e pale arrugginiti, e i resti di un vagone che scorreva su un vecchio binario. Nel luogo regna il più totale abbandono.

Questo non ha però fermato l’azienda mineraria australiana Scotgold Resources, che dopo aver comprato la miniera nel 2007, ha ottenuto dall’Authority del parco una concessione di utilizzo di 10 anni. Secondo le previsioni di Scotgold, dalla miniera si potrebbe estrarre oro per un valore di 170 milioni di sterline. Ma l’oro scozzese è rarissimo – non se ne trova da almeno 500 anni – e sul mercato può essere valutato anche 5 volte il prezzo standard dell’oro. Una valutazione però, del tutto teorica.

L’autorità del parco ha comunque imposto all’azienda una serie di condizioni restrittive da rispettare, finalizzate ad un’attività di estrazione sostenibile per il territorio. “La conservazione è una delle aree chiave del lavoro dell’autorità del parco, e il nostro impegno non finisce con questa decisione,” ha detto Linda McKay, presidente dell’Authority. “Ci sono 50 diverse condizioni che [Scotgold] dovrà rispettare, oltre agli accordi legali”. L’azienda dovrà sottostare a un piano trentennale di gestione della zona del parco interessata, che prevede lavori di estensione delle Caledonian Forest, piantando nuova vegetazione nei boschi di conifere tipici del panorama scozzese. Ci sono inoltre rigidi regolamenti circa smaltimento di rifiuti, scarti di estrazione, monitoraggio della fauna e dei fiumi. Da non sottovalutare, dice McKay, anche il controvalore economico del progetto per la Scozia – stimato in una sessantina di posti di lavoro e un contributo all’economia di 80 milioni.

Rimangono però degli interrogativi, soprattutto di carattere ambientale. Il Loch Lomond è un’area protetta unica al mondo, non ancora corrotta dallo sfruttamento dell’uomo e dove vigono severi regolamenti di tutela. L’estrazione mineraria non è facile da digerire per il territorio. Basti pensare all’uso massiccio, ritenuto ancora oggi necessario per l’attività estrattiva, di esplosivi per perforare la roccia o aprire nuove vie. L’andirivieni dei camion per portare via i detriti di scavo, l’abbattimento di alberi in prossimità del sito. E le controindicazioni non finiscono qui: l’impatto ambientale può essere aggravato da erosione, contaminazione del suolo, inquinamento delle acque per effetto degli agenti chimici utilizzati. Chris Townsend, ex presidente del Consiglio dei Montanari scozzesi, ha commentato: “Spero che il danno sia minimo e l’accesso alla zona non venga impedito”.

Oro a parte, zone del Regno Unito come la Scozia e soprattutto il Galles sono ricche di giacimenti di carbone che vennero sfruttati in modo massiccio, dalla rivoluzione industriale fino al secondo dopoguerra. Moltissime famiglie gallesi erano composte interamente da minatori, e l’estrazione era tale da rendere Cardiff, nel primo ‘900, il più grande porto esportatore di carbone al mondo. E’ però lunga la lista degli incidenti avvenuti nelle profondità o nei pressi delle miniere del Paese. Nella più grave, la tragedia di Aberfan del 1966, morirono 144 persone.

Anche oggi, pur tenendo conto delle nuove tecniche e dell’impiego di macchinari e tecnologia, le miniere sono ancora luoghi dove non è così difficile perdere la vita. Solo un mese e mezzo fa, quattro minatori sono rimasti uccisi in una miniera di carbone vicino a Swansea, nel sud del Galles. In quell’occasione, il cedimento di una barriera ha provocato un improvviso allagamento, inondando i cunicoli di acqua e fango e investendo gli uomini che lavoravano a una profondità di 90 metri.