Cosa c’è nel frigorifero di Matteo Renzi? Le canzoni già sentite, ma che suonano sempre bene (La sinistra troppo conservatrice. Le pensioni che derubano i giovani per garantire i vecchi. I tesori artistici da valorizzare. La casta da ribaltare). Il cambiamento declamato che non costa nulla (volti nuovi, rottamiamo i dinosauri, viva il partito leggero). L’occupazione mediatica a tappeto (davanti a una finta libreria o mentre chatta sull’iPad: profumo di focolare e di modernità). L’occhio fisso in telecamera. La faccia impostata sul tasto: ho 36 anni, sono un bravo ragazzo e mi piacciono le cose che piacciono a voi. Non un trascinatore di folle, ma un tipo svelto a chiamare l’applauso facile (Ah se non ci fosse stato Napolitano). Infine, a guardarlo e a sentirlo, la sensazione netta che gli covi dentro qualcosa come: io sono il Renzi e voi no.

Niente di male, per carità. Sbagliato dargli del berluschino. Senza essere ogni ora su giornali e tv, non si fa molta strada nell’era della politica compulsiva. Certi accorgimenti scenografici (l’idea frigo è la politica che entra nelle case) possono apparire ingenui, ma fanno titoli). E non è colpa del sindaco di Firenze se al primo impatto non risulta simpaticissimo. Potremmo perdonargli perfino quella strana visita ad Arcore, anche se per discutere dei problemi fiorentini sarebbe stato più adatto Palazzo Chigi.

Altro lascia perplessi. Perché tra il vecchio e il nuovo resta uno spazio troppo vuoto. Dire di no in egual misura al berlusconismo e all’antiberlusconismo significa gettare via nello stesso sacco la peggiore anomalia politica che la Repubblica abbia conosciuto assieme a chi non si è piegato alla voce del padrone, a chi ne ha sofferto le conseguenze, a chi si è battuto nelle piazze contro le quotidiane prepotenze di un potere rapace e intimamente fascista. No, caro Renzi, Minzolini e Biagi non sono la stessa cosa. E citare Marchionne come “motivatore rivoluzionario” dimenticando ciò che in termini di sofferenza umana si è consumato in questi anni a Mirafiori, Pomigliano, Termini Imerese, significa rottamare il fine stesso della politica: la vita delle persone. Tanti sono i problemi che affliggono il Partito democratico, ma finire nel limbo dell’indifferenza non glielo auguriamo proprio.

Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2011