A poco più di due mesi dall’ultima rivolta, si riaccende la rabbia degli immigrati rinchiusi nel Centro d’identificazione ed espulsione di Bologna. Domenica scorsa un gruppo di 15 persone ha provato a scappare rompendo la cancellata che separa gli alloggi dai campi di calcio. Solo uno di loro però ce l’ha fatta: un tunisino di 26 anni che pur di ritrovare la libertà si è lanciato da un’altezza di cinque metri. Secondo la direttrice del centro, Annamaria Lombardo, non c’è alcuna motivazione particolare all’origine della fuga: “La verità è che nessuno vuole stare qui e per questo cerca di uscire in qualunque modo”.

I protagonisti dell’ultima fuga sono tutti magrebini, in gran parte provenienti dalla Tunisia. Intorno alle 17, hanno cercato di sfondare la recinzione tra il campo da calcio e le camerate. Il più agile di loro, un 26enne, è salito su una pensilina e, arrampicandosi su un palo, è riuscito raggiungere la cima. Senza troppe esitazioni si è lanciato giù, nonostante i cinque metri dal suolo. Il giovane è stato l’unico a evadere. Gli altri sono stati bloccati dalla polizia e dai carabinieri. Non sono mancati anche i tafferugli e gli scontri. Tre fra gli agenti delle forze dell’ordine, due poliziotti e un militare, sono stati accompagnati al pronto soccorso per le lesioni riportate, con una prognosi tra i sette e i dieci giorni; anche due stranieri sono stati portati al pronto soccorso per lievi contusioni. Mentre un terzo immigrato è stato medicato sul posto.

I tre stranieri, dopo le cure, sono poi finiti in manette per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento continuato e aggravato e lesioni personali. Si tratta di due tunisini di diciannove e trent’anni e un marocchino di vent’anni, alcuni dei quali con precedenti per droga e reati contro il patrimonio. Tutti e tre si trovano ora al carcere Dozza.

La situazione dentro le mura di via Mattei è costantemente ai limiti del collasso. Prima di ieri, l’ultimo episodio di tensione risaliva a fine agosto, quando le donne avevano dato fuoco ai materassi e lanciato tavoli, sedie e bottiglie contro gli agenti, per protestare contro le condizioni di vita all’interno della struttura. “Siamo qui solo per una questione di documenti. Ma fa caldo e siamo trattate come animali”, aveva denunciato una di loro.  Alcune avevano anche parlato di violenze da parte della polizia, sempre negate dalla direttrice Lombardo. “Dopo quella sommossa abbiamo vissuto un periodo relativamente tranquillo”, spiega oggi Lombardo, consapevole che “chi non è riuscito a scappare ieri ci riproverà, perché per l’unica priorità è poter andare via da qui”.

Rimane tuttavia il problema dell’accessibilità di questi centri agli occhi dell’opinione pubblica. Oggi infatti possono accedere ai Cie solo alcune categorie di professionisti, tra cui medici, avvocati e mediatori linguistici. Porte sbarrate invece ai giornalisti, ai quali da aprile, per effetto di una circolare del ministro dell’Interno Roberto Maroni, è impedito l’accesso alle strutture, anche se accompagnati da parlamentari. Si tratta di una sorta di legge speciale voluta dal ministero di fronte all’emergenza profughi e non ancora revocata, che di fatto ha trasformato i Cie di tutt’Italia in veri e propri buchi neri vietati alle telecamere e alla stampa. Un provvedimento che ha già scatenato le proteste dalla Fnsi e di deputati come Sandra Zampa, e che non piace nemmeno alla direttrice del centro Lombardo: “Noi preferiremmo la trasparenza totale. Fare entrare i giornalisti è garanzia di controllo e correttezza”.

Ex Centro di permanenza temporanea (Cpt), la struttura di Bologna è affidata in appalto alla Confraternita della Misericordia, l’ente con a capo Daniele Giovanardi (fratello del più noto sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi)  che gestisce anche il Cie di Modena (la direttrice è sempre Anna Maria Lombardo). Dentro, a Bologna, sono rinchiusi una trentina di uomini e circa 45 donne, quasi tutte nigeriane. Molte di loro sono vittime di tratta, portate in Italia con l’inganno o vendute dai loro stessi parenti.

di Nicola Lillo e Giulia Zaccariello