Quando un rappresentante delle forze dell’ordine muore in servizio se ne parla su tutti i giornali e diventa un eroe unanimemente riconosciuto. La colpa è della criminalità o, quando impegnati in missione di pace (che di pacifico hanno sempre meno), del “nemico”, e quindi la reazione è accettata e condivisa da tutti.

C’è però una strage silenziosa, che non viene quasi mai pubblicizzata (meritorio, in tal senso, è l’impegno controcorrente della rivista Carabinieri d’Italia, attenta al problema), e che ha raggiunto dimensioni allarmanti. Sono sempre più numerosi, infatti, i Carabinieri che decidono di porre fine alla loro vita, suicidandosi. I numeri di tale fenomeno sono poco noti, ma tali da non consentire di ritenere in alcun modo che rientrino nella normale statistica dei suicidi dei depressi, dei patologici, dei malati di mente. Tutt’altro.

Spesso dietro il suicidio di un Carabiniere vi è la frustrazione nello svolgere il proprio lavoro, le vessazioni subite (preoccupante è quanto sta emergendo in questi giorni riguardo al corpo dei Nocs), le legittime aspettative deluse. Significativo è che talvolta i parenti delle vittime – di questo si tratta – non vogliono la partecipazione ai funerali dei superiori del corpo di appartenenza.

A mio avviso, in queste dinamiche gioca un ruolo determinante anche la giustizia amministrativa che, troppo spesso, non rende giustizia a provvedimenti che andrebbero vagliati ben più a fondo, trincerandosi invece dietro tesi oltremodo restrittive o, addirittura, nella teoria dell’”ordine amministrativo”, cioè un atto che non può di fatto essere messo in discussione, in quanto giustificato da prioritarie e prevalenti esigenze di organizzazione correlate alla sicurezza. Ma siamo proprio sicuri che sia sempre così? O con tale atteggiamento giurisprudenziale non si finisce per legittimare, piuttosto, anche trasferimenti punitivi, disciplinari vessatori e dinieghi ingiusti di progressione in carriera?

Se i vertici di tali istituzioni, come dimostrano talune inchieste, sono stati talvolta coinvolti in inchieste per gravissimi fatti, credo sia legittimo sospettare che anche dietro le carriere, i procedimenti disciplinari e i trasferimenti coatti possa esservi in alcuni casi una decisione non esclusivamente meritocratica e trasparente.

E allora, forse è il momento di iniziare a proteggere le forze dell’ordine anche sotto il profilo della legittimità dei provvedimenti, e di scandalizzarsi veramente dei tanti, allarmanti, suicidi, di cui non abbiamo spesso adeguata notizia, domandandoci il perché di tale crescente fenomeno e individuandone le cause e, se del caso, i responsabili.