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Luciano Casolari
Medico psicoanalista

Lo stato e la dipendenza dal gioco d’azzardo

Ieri sono entrato in una ricevitoria per fare una ricarica al telefono di mio figlio. Sono rimasto impressionato nel vedere un numero rilevante di persone “con l’atteggiamento e lo sguardo da zombi“. Non si accorgevano degli altri attorno a loro ma, assorti nei loro pensieri, continuavano a pigiare sulle macchinette o a grattare le schedine per cercare una improbabile vincita.

Negli anni, svolgendo l’attività di psicoterapeuta, ho incontrato molte persone che mi hanno parlato del loro coniuge, genitore o figlio dipendente dal gioco d’azzardo. Raramente ho incontrato anche il diretto interessato, solitamente coinvolto in situazioni in cui aveva portato alla rovina la sua famiglia.

Ogni essere umano vive la condizione esistenziale di sapere di essere al mondo per un fine che non conosce, in un universo sconosciuto e con la prospettiva di una sicura morte in un momento che lui non può decidere. Il gioco d’azzardo, per fronteggiare questa angoscia esistenziale, assolve a due funzioni: la prima è quella di spegnere temporaneamente il lavorio del cervello tenendolo impegnato in una attività che lo assorba totalmente, la seconda è quella di forzare Dio (o il destino per chi non crede) a prendere una posizione nei suoi confronti (ti amo e quindi ti faccio vincere o ti odio e perderai).

Mi sono documentato e le cifre sono impressionanti: nel 2010 si stima che siano stati giocati 61 miliardi di euro cioè circa mille per ogni italiano (per capire la cifra ricordiamo che per automobili si sono spesi 38 miliardi, per il cibo si stimano 100 miliardi).

Lo stato lucra su questo immenso mare di denaro prendendosi il 15% (circa 9 miliardi all’anno) e chiude un occhio sul fatto che accanto a operatori onesti una fetta consistente di questo fiume di denaro viene utilizzato dalla criminalità organizzata. In ogni nuova legge finanziaria il gioco viene liberalizzato e incentivato.

L’opinione pubblica appare disinteressata perché prevalgono i seguenti ragionamenti:

- il gioco è una produzione positiva e creativa della mente umana. La dipendenza colpisce i deboli, le persone con poca cultura e raziocinio, a me non capiterà
- non si può proibire la speranza; si tratta dell’unico rifugio quando si è disperati
- in fin dei conti è una scelta personale, libera; non si può impedire a qualcuno di rovinarsi,

Vorrei analizzare criticamente queste tre argomentazioni:

- purtroppo la dipendenza patologica dal gioco può colpire tutti, ricchi poveri, belli brutti, intelligenti o stupidi, acculturati o persone semplici. L’idea che sia retaggio di persone deboli e con poca cultura è una favola consolatoria per tirarsi fuori. I dati dimostrano che tutti noi siamo deboli e potremmo incorrere in questa patologia (come sempre la malattia non guarda in faccia nessuno);
- non è vero che chi gioca in modo patologico è un disperato; piuttosto è il contrario, cioè chi gioca diviene, a medio termine, disperato;
- è vero che non ha senso l’atteggiamento proibizionista, ma non si dovrebbe arrivare all’incentivazione, alla pubblicità e alla messa a disposizione indiscriminata degli strumenti per favorire la dipendenza dal gioco.

Qualcuno si chiederà: ” Ma che senso ha questo moralismo? E poi , in fin dei conti, quei 9 miliardi all’anno come Stato ci fanno comodo”.

Non ho una risposta a questa critica ma solo delle domande che metto in rete:
- quanti saranno i costi sociali e sanitari conseguenti al gioco patologico? A fronte di 9 miliardi di entrate ci sono certamente spese sanitarie e sociali (famiglie da assistere, lavoro perso),
- il disinteresse di tutti noi verso chi soffre di dipendenza dal gioco deriva forse dal timore inconscio che la sofferenza depressiva di cui questa malattia è un’espressione ci possa colpire? Meglio quindi non andare vicino e non interessarsi per non essere “contagiati”,
- una classe politica che lucra sulla sofferenza altrui cosa si merita? Forse di trovarsi a vivere un’analoga e speculare dipendenza come quella del sesso patologico.


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