Mentre torno a casa ascolto l’autoradio. È da sempre sintonizzata sulla stessa emittente privata, il cui editore è un anti-berlusconiano. Anche gli ascoltatori e le ascoltatrici sono nella quasi totalità anti-casta, anti Mister Patonza, anti-veline e tutto il resto. Mi trovo bene, come a casa mia.

Verso ora di pranzo va in onda una simpatica trasmissione di dediche e richieste. Oggi è il turno di una giovane donna che spiega il perché della sua scelta: tre canzoni di tre cantanti donne. Le ha scelte perché sono ‘in gamba’, perché sono eccezionali, perché hanno dato tutto e ce l’hanno fatta: in questo mondo di veline, ci vuole qualcuno che spieghi alle giovani e giovanissime generazioni di ragazze che le cose si ottengono con mezzi diversi da quelli che usano le escort.

La ragazza (prossima mamma, tra l’altro), con proprietà di linguaggio, spiega che non se ne può proprio più di come vengono trattate le donne in Italia e che ci vuole una bella sterzata da questa attuale deriva. Ma tra un bel pensiero e l’altro ci infila: “Intendiamoci, io non sono femminista, per carità!”.

Ohibò (e qui non posso metterci altro che un ‘ohibò’, per decenza), ma allora di che stiamo parlando? Una bella tirata sui costumi sessisti e sulla deriva dell’immagine della donna che argomento è? Enologia? Fisica astronomica? Economia aziendale? Volevo arrabbiarmi per bene, ma poi ho riflettuto sul fatto che gli stereotipi sessisti (nel linguaggio e nelle concettualizzazioni) attecchiscono anche nelle persone di buona volontà, come la ragazza che parlava alla radio.

Sarà vero quello che ho letto su L’Espresso in merito alle nuove ragazze-arrabbiate-contro-la-deriva-sessista? Sarà vero che usano gli stessi slogan e sono spinte dalla stessa rabbia dei movimenti femministi di circa quarant’anni fa? Ma per carità, non diciamo che sono ‘femministe’. Questa parola fa paura. Ma perché?

Le donne italiane sanno bene che la situazione è grave; le donne italiane sanno pure che escort e veline parlano per loro stesse, anzi straparlano (come la T-shirt della Minetti e l’intervista della De Nicolò). E le donne italiane non sono tutte come le signorine appena citate. Eppure, c’è il terrore di chiamare questa rabbia e questo scontento con il nome più appropriato: ‘femminismo’. E come lo vogliamo definire, di grazia?

Perché le ‘femministe’ (o il loro ricordo) fanno così paura? Non hanno vinto niente, le femministe di allora, cioè non hanno vinto nulla per le generazioni attuali. Non è questa la sede per capire cos’è che è andato storto (ipotizzerei un certo rilassamento nel combinato disposto con l’adesione a modelli edonistico-individualistici con successivo sdoganamento del porno, anche quello soft). È tutto da fare, o rifare. I dati li conosciamo. Ai colloqui ti chiedono sempre se hai intenzione di fare figli, anche se hai appena vent’anni o hai superato la quarantina. Viviamo in uno dei peggiori posti per le donne, come da indagine pubblicata da Newsweek. Ma non si deve dire, non si deve ripeterlo.

Quando scriviamo articoli e post sull’argomento veniamo tacciate di femminismo come fosse un insulto (a proposito di insulti, giusto una puntualizzazione per i nostri più agguerriti commentatori. Sì, è vero che nel mondo vengono assassinati più uomini che donne, ma nei cosiddetti ‘femminicidi’ le donne vengono ammazzate in quanto tali, per motivi sessisti, cioè.)

Una femminista famosa, Betty Friedan, aveva definito il femminismo come ‘il-problema-senza-nome’. Vuoi per la gravità e l’enormità, vuoi per l’avversione tutta post-Prima Ondata nei confronti della parola. Germaine Greer ha pure cercato di consigliare la parola ‘liberazione della donna’ al posto di ‘femminismo’, per nominare il movimento dagli anni ’60 in poi. L’avversione alle questioni di genere ha condotto a quell’aberrazione che va sotto il nome di Raunch Culture, fatta di sguaiatezza femminile spacciata come libertà e liberazione (da cosa? Da chi?) raccontata da Ariel Levy in Sporche femmine scioviniste. Non è vero che va tutto bene, altrimenti non avremmo addirittura un primo ministro che afferma: “La patonza deve girare.”

Perché non dire che il problema delle disparità di genere esiste? O dobbiamo dare ragione a bell hooks (proprio così, in minuscolo) quando afferma che le donne sono sistematicamente convinte (da qualunque estabilishment, politico, religioso, culturale) ad accettare la loro situazione in quanto non c’è modo di cambiarla? (Volendo si può, seguite questo link.)

Leggo spesso articoli e post in cui le autrici sono costrette a edulcorare parole e concetti intorno al femminismo e alle questioni di genere per non essere denigrate, offese e maltrattate. Come se dovessero tutte scusarsi con un “Non sono femminista, per carità!” Come se le parole ‘diritti’ e ‘rispetto’ trasformassero le donne in vecchie ingrigite e spente, quando invece è tutto un trionfo di latex e lipstick (si parla anche di femminismo allo stiletto, tipo quello di Sex and the City). Sempre citando la Levy: “Molte donne si sono convinte che mostrare le tette ricoperte di lustrini sia una forma di potere.”

Qualcuna, in Italia – grazie al potere delle tette – diventa consigliere regionale, qualcuna la parlamentare e qualcun’altra addirittura è ministro, perché non sono femministe. Per carità!

di Marika Borrelli