“La Cina accetta le norme internazionali per proteggere i diritti delle minoranze etniche e per questo ha delineato un insieme di leggi e di politiche per la loro salvaguardia e per incrementare il loro benessere”. Lo ha dichiarato un rappresentante del governo della Repubblica popolare cinese al Quarto Forum di Pechino sui Diritti Umani, che si è tenuto nella capitale cinese la scorsa settimana.

Le notizie sulla conferenza arrivano esclusivamente da parte di agenzie governative cinesi perché probabilmente non erano presenti osservatori indipendenti. Il China Daily, che riporta il punto di vista del governo, scrive che erano presenti oltre 120 rappresentanti di 56 organizzazioni, incluso il Congresso nazionale, la più alta istituzione del Partito comunista cinese, il Comitato centrale con alcuni suoi più alti organi come il Comitato permanente dell’Ufficio politico del partito, la Corte popolare suprema e il Supremo Procuratorato, che è il massimo ufficio nazionale di investigazione e di pubblica accusa.

Il secondo giorno di conferenza Zhang Xiaoling, professoressa e direttrice del Centro per gli Studi sui Diritti Umani della scuola del Comitato centrale del partito comunista cinese, ha specificato che “la Cina sta sviluppando un sistema teorico socialista per i diritti umani con caratteristiche cinesi”. “La Cina è fermamente contro qualsiasi paese che usi l’argomento dei diritti umani per sostenere i propri valori, i propri standard politici e il proprio modello di sviluppo” ha detto Xiaoling. È noto che alle richieste da parte di alcuni paesi e organizzazioni internazionali di rispettare i diritti fondamentali la Cina ha sempre risposto che l’Occidente è arrivato alla protezione dei diritti umani dopo aver raggiunto uno sviluppo economico uniforme e tramite i mezzi che ora rimprovera alla Cina. Quindi, il rispetto dei diritti umani in Cina sarebbe subordinato a un più alto livello di sviluppo su tutto il territorio, sia nelle città sia nelle campagne, che hanno una grande differenza di crescita economica e di infrastrutture.

Il punto centrale dei diritti umani, secondo la signora Xiaoling, è che non bisogna nuocere agli altri o al sistema pubblico e allo stesso tempo “l’eguaglianza, incluso l’eguale diritto alla vita e allo sviluppo personale. Anche assicurare a tutti lo stesso livello di istruzione è essenziale”. All’obiezione che a Pechino molte scuole primarie pubbliche per figli di immigranti sono state chiuse, ha risposto che questo è il risultato del cattivo sistema di registrazione ma, per esempio, “la scuola elementare di partito vicino a dove lavoro è aperta ai figli di lavorati immigrati.”

Il secondo giorno della conferenza di Pechino è stato pubblicato dalla China Human Rights il “Libro Blu dei Diritti Umani in Cina (2011)”. Questa è la prima volta che un’organizzazione non governativa pubblica questo tipo di relazione. Secondo il libro, la Cina ha raggiunto dei traguardi importanti nella teoria e nella pratica dei diritti umani. Raccomanda lo sviluppo economico, il progresso generale e l’auspicio che siano formulate al più presto delle leggi contro la povertà. Nella conferenza è stato anche discusso il secondo Piano di Azione Nazionale per i Diritti Umani della Cina (2012-2015), che stranamente salta l’anno 2011. Nel 2009 l’Ufficio informazione del Consiglio di Stato aveva pubblicato il piano di azione 2009-2010, che secondo Amnesty International non aveva affrontato i problemi maggiori dei diritti umani ma aveva enfatizzato lo sviluppo economico a spese delle libertà civili. L’11 gennaio 2010 Human Rights Watch ha pubblica l’articolo “Cina: il Piano di Azione Nazionale per i Diritti Umani fallisce” e in una dettagliata relazione di 67 pagine intitolata “Promesse non mantenute” spiega il perché. Anche nel nuovo Piano di azione 2012-2015 è stato sottolineato il benessere e lo sviluppo economico, ma anche la necessità di soddisfare le richieste etniche di vivere meglio e la necessità di affrontare i diritti umani con metodi innovativi e di assicurare l’interesse comune.

Il giorno prima dell’apertura della conferenza sui diritti umani due monaci tibetani 18enni del monastero di Kirti, nell’ex Tibet ora parte della Cina, si sono dati fuoco per protestare contro l’occupazione cinese. Il 28, dopo la conferenza di Pechino, Amnesty International ha rilasciato una dichiarazione sull’accaduto chiedendo che il governo cinese “metta immediatamente fine alle pratiche repressive e rispetti il diritto dei tibetani di praticare la loro cultura e la loro religione.”