Nonostante l’alto profilo sui media internazionali dovuto all’esclusione delle donne dall’elettorato attivo e passivo, le elezioni amministrative del 29 settembre in Arabia Saudita si sono svolte nel silenzio generale non solo della stampa, ma anche dei social media. Sono terminate giovedì alle 5 e sono state le prime dal 2005. Il paese è retto da una monarchia ereditaria assoluta e il sistema non prevede quindi elezioni politiche.

Agli inizi della settimana il re Abdullah bin Abdul-Aziz Al Saud ha cercato di contenere lo scontento nel paese per la disoccupazione piuttosto alta, la mancanza di libertà politica e il mancato rispetto dei diritti umani annunciando 130 miliardi di dollari di aiuti, oltre ad acconsentire che le donne votino dal prossimo anno nel Consiglio della Shura e nelle prossime amministrative, che si dovrebbero tenere nel 2015. Se ovviamente, come ha già fatto con quelle appena terminate, non le posporrà di due anni.

L’Arabia Saudita ha una popolazione stimata di 25,7 milioni di persone ma solo 1,8 milioni di maschi erano registrati al voto. Con 178 comuni in tutto il paese, i consiglieri comunali sono stati scelti fra gli uomini di almeno 21 anni che non hanno mai fatto parte dell’esercito. I partiti non sono stati ammessi e le campagne elettorali sono state strettamente controllate. Proibito parlare dei problemi maggiori del paese. I candidati erano 5.323 e i posti di consigliere 2.112. Il loro ruolo consiste essenzialmente nell’approvare il bilancio cittadino, suggerire il piano regolatore e sovrintendere i progetti architettonici comunali, oltre a quello di fare da anello di collegamento fra la gente e le autorità di governo.

Oltre che dall’esclusione di almeno metà del potenziale elettorato e dei partiti, questa tornata è stata caratterizzata da un’affluenza particolarmente bassa. ‘Abd al-Rahman Dahmash, presidente del comitato generale per le elezioni amministrative, ha dichiarato però in una conferenza stampa tenuta a Riyadh il giorno della votazione: “Vediamo che i cittadini ci tengono molto a partecipare a un processo dove la loro voce conta”. Nella sede di al-Malaz, nella capitale, su 2.024 votanti registrati, alle 14:40 solo 100 avevano votato. In un altro distretto di Riyadh, su 13.540 registrati alle 15 avevano votato solo in 600.

Nel paese che l’Indice della democrazia dell’Economist Intelligence Unit ha classificato come quello meno democratico del Medio Oriente, per aumentare la presenza al voto la commissione elettorale ha pubblicato una campagna pubblicitaria con lo slogan “la tua voce è il tuo dovere”. Nonostante le dichiarazioni ufficiali entusiaste sull’affluenza e le campagne su Facebook e Twitter, mentre veniva servito il tè negli stand fuori dei seggi, i candidati stessi hanno ammesso che è stato molto difficile suscitare l’interesse generale dei votanti. Pare che la gente sia stata molto delusa dalle elezioni precedenti, anche se di fatto questa è l’unica forma di partecipazione attiva alla vita pubblica con un minimo di possibilità di portare dei cambiamenti.

Durante le elezioni del 2005 le forze saudite combattevano i militanti di al-Qaeda che attaccavano i cittadini stranieri, le istituzioni e le infrastrutture. Ora il re ha bisogno di consenso per soddisfare l’opposizione interna e lo scontento popolare. In quest’ottica si deve vedere la promessa di diritto di voto alle donne e gli aiuti finanziari. Nel 2010 in Arabia Saudita il 10% degli adulti era disoccupato e c’è bisogno di 5 milioni di posti di lavoro entro il 2030, ha detto nel gennaio 2011 il ministro del Lavoro Adel Faqih. Il paese che produce e ha la maggiore quantità di riserve di petrolio mondiale, oltre il 19,1%, rischia di tagliare l’esportazione sia per la caduta dei prezzi a barile, sia perché i pozzi petroliferi sono molto vecchi e pompano materiale dagli anni Quaranta, quindi l’estrazione è diminuita ed è più cara. Un documento rivelato da Wikileaks agli inizi di febbraio ha mostrato che gli Stati Uniti temono che la diminuzione dell’esportazione del petrolio saudita possa fa salire i prezzi.

Un’altra misura che ha annunciato il re per calmare gli animi fra la parte conservatrice e quella liberale del paese ed evitare una Primavera araba è l’annuncio della distribuzione di 130 miliardi di dollari per finanziare la costruzione di nuove case e aiutare le famiglie a basso reddito. Peraltro il re non è nuovo a queste misure, visto il pacchetto di benefit per 27 miliardi di dollari a favore del medio e basso reddito del febbraio 2011.

Le promesse di riforme elettorali, il perdono concesso alle tre donne condannate ad essere fustigate per aver guidato agli inizi della settimana, la promessa di una nuova erogazione di aiuti finanziari. Nonostante questo, senza partiti e senza sapere la storia politica dei candidati alle spalle, senza una vera possibilità decisionale, la gente ha trovato difficile votare per una pletora di uomini di cui non sapeva niente e senza programmi di riferimento. Saeed al-Saleh, uno dei 117 candidati per uno dei sette posti nel consiglio comunale di Jeddah, commentando la scarsa affluenza al voto ha detto: “sembra che le sole persone che votano siano quelle che votano per amici e parenti”.