E’ un “successo della società civile”, un “cedimento del regime”, un “segnale di apertura”. Gli osservatori sono sorpresi e spiazzati nel commentare la decisione del presidente del Myanmar, l’ex generale Thein Sein, che ha annunciato, in una lettera al Parlamento, il blocco dei lavori della diga di Myitsone, sul fiume Irrawaddy, nel Nord del paese. Un provvedimento tanto più significativo se si pensa che è una autentica “marcia indietro”: il governo, per difendere il progetto della diga, non aveva esitato a sferrare una dura campagna militare contro le minoranze etniche kachin che, vedendo i propri territori inondati e migliaia di sfollati, aveva ripreso la resistenza armata.

Ma Thein Sein si è trovato, nei giorni scorsi, a monitorare una insolita mobilitazione popolare. A Rangoon si sono susseguiti incontri di giovani, comunità religiose, attivisti. Manifestazioni e conciliaboli che i militari guardavano con sospetto. Tanto che qualche autobus è stato fermato e alcuni attivisti arrestati per timore volessero rinverdire la “rivoluzione zafferano” di quattro anni or sono. Allora i monaci buddisti sfilarono e protestarono pacificamente per chiedere al regime democrazia e diritti umani. Seguì una repressione che fece almeno 31 morti e 200 monaci sequestrati e scomparsi.

Il movimento di questi giorni, però, non era solo “di colore arancione”: c’erano cantanti, poeti, giornalisti, letterati, accanto a contadini e pescatori, giovani e studenti. Il popolo birmano si è unito per difendere il grande fiume Irrawaddy che, come il Nilo per l’Egitto, rappresenta l’anima, lo spirito, la vita stessa della nazione birmana. La percorre da Nord a Sud, irrora i campi e fertilizza le terre, dà sostentamento ai pescatori e a milioni di famiglie. E’ il fiume sacro, è l’asse centrale di un ecosistema che regge villaggi comunità grandi e piccole, insomma l’intera nazione.

“Questa volta il regime al potere l’ha fatta grossa”, diceva la gente a Rangoon. Per i suoi interessi economici sta mettendo in pericolo la vita dell’Irrawaddy, la spina dorsale del Paese. Sotto accusa era, appunto, la gigantesca diga di Myitsone, un progetto imponente alla confluenza dei fiumi Mali e N’Mai che, nel Nord della Birmania, si uniscono per formare l’Irrawaddy. Per la sua costruzione è scoppiata la guerra con le minoranze etniche kachin, con la sistematica deportazione di oltre 20mila civili, a causa dell’inondazione di vasti territori e della massiccia deforestazione. E le azioni belliche su vasta scala sono valse al regime birmano le accuse di “crimini di guerra e crimini contro l’umanità” che numerose Ong hanno portato all’Onu, denunciando operazioni di “pulizia etnica”.

Oggi però, non sono solo le minoranze kachin, ma è il variegato mosaico della popolazione birmana a mobilitarsi – per ora in forme morbide e con manifestazioni pacifiche – stringendosi al grido di “Salvate l’Irrawaddy”. Un appello che non può trovare oppositori, uno slogan che ha il potere di cimentare una nazione pluralistica e che aveva già suscitato qualche crepa anche nel granitico regime di militari vestiti dai civili. Anche U Myint, uno di consiglieri economici più ascoltati dal presidente Thein Sein, aveva detto pubblicamente di essere contrario al progetto della diga. Sostegno incondizionato è arrivato dalla leader Aung San Suu Kyi, icona della democrazia nel paese e Nobel per la pace. Proprio nei giorni in cui gli attivisti pro-democrazia e le associazioni dei birmani in diaspora celebravano con ardore i moti della “rivoluzione color zafferano”.

Il governo, allora, ha intuito che la campagna per il “grande fiume” poteva ben presto mutarsi in una nuova “bandiera” per rilanciare la rivoluzione. E ha voluto dare un segnale – si vedrà quanto sincero – di “ascolto della volontà popolare”.

C’è, però, un altro gigante che condiziona le vicende interne birmane. Il progetto della diga di Myitsone, infatti, è nato da un accordo fra il regime e birmano e la Cina. Era destinato ad allagare 750 kmq di territori fertili e ad alimentare una centrale idroelettrica, secondo i piani la 15a al mondo per potenza erogata. L’appalto della costruzione è totalmente in mani cinesi, anche perché cinesi sono gli interessi: l’energia idroelettrica prodotta (fino a 6.000 megawatt) sarebbe destinata ai territori dello Yunnan. E intanto, ricordano gli attivisti, il 70% della Birmania è ancora senza elettricità. La diga fa parte di un piano di sette dighe lungo i fiumi che alimentano l’Irrawaddy, che rischia di “svuotare” il fiume: la giunta militare era pronta a svenderlo al potente vicino che sta colonizzando il paese, sfruttandone le risorse di petrolio e gas.

Le pressioni interne e quelle internazionali hanno fatto il resto. Un team di 80 scienziati cinesi e birmani, due anni fa, aveva pubblicato uno studio di 945 pagine, sull’impatto ambientale, economico e sociale della diga, concludendo che non dovrebbe essere costruita. Feroci critiche erano giunte, negli ultimi giorni, dalla assemblea interparlamentare dell’Asean (l’Associazione dei paesi del Sudest asiatico), che la Birmania si candida a guidare nel 2014. L’assemblea ha citato “la privazione diffusa e sistematica dei diritti economici, sociali, politici e culturali”, esortando il governo del Myanmar “ad avviare riforme democratiche e rispettare gli standard sui diritti umani”.

Il cedimento del regime sulla questione della diga oggi rappresenta un segnale: può significare che il Paese si avvierà gradualmente sulla strada di un “autoritarismo morbido” e che il regime militare – per garantirsi la vita – cerchi una lenta e progressiva legittimazione popolare.

di Sonny Evangelista