Chissà quanti, prendendolo alla lettera, avranno pensato che tale esplosione coinvolgerebbe sia il personaggio divenuto il simbolo di una politica decadente che il mezzo di comunicazione di massa ormai espressione dell’asservimento al potere, con il 75% dei canali sotto il controllo di B., diretto o indiretto che sia.

Personalmente non ce l’ho con Silvio Berlusconi, non sono invidiosa dei suoi soldi (né tantomeno di come li ha fatti), né del suo presunto vigore fisico che gli vale incomprensibilmente i consensi di alcuni, anzi trovo certe manifestazioni patetiche, quando non ridicole.

Quello che veramente mi pesa, perché pesa sula nostra società, è il berlusconismo, una malattia che non colpisce solo a destra: l’arroganza che maschera l’inettitudine; la sensazione di impunità che induce l’abuso di potere; la voce grossa che maschera l’ignoranza: la superficialità e volgarità dei lustrini che copre la sporcizia; il martellamento di slogan aggressivi che uccide ogni dialogo, approfondimento e cultura. Tutte tendenze che ormai pervadono la nostra società, corrompono i giovani, compromettono il futuro e si fanno beffe di quel merito che si vuole spacciare come scopo di tagli, vendette e mortificazioni pubbliche di intere categorie.

Il 28 settembre – quando abbiamo appreso dalla stampa di questa “minaccia” di Berlusconi – era la Giornata internazionale per il diritto di sapere. Un diritto che, grazie al berlusconismo, in Italia stiamo dimenticando a tanti livelli.

A scuola, perché tagli di ore, di classi, di personale, di sostegno, di fondi per gli acquisti, etc etc, nonchè la schizofrenia nell’assegnazione delle cattedre in conseguenza di tali riforme, stanno compromettendo l’insegnamento e l’apprendimento, nonostante la buona volontà di tanti operatori della cultura che non vogliono saperne di arrendersi e la curiosità scientifica di tanti ragazzi che la Tv non ha ancora “spento”.

Nell’informazione, perché, oltre al possesso di tante testate televisive e a stampa da parte di chi detiene il potere, si vuol mettere il bavaglio ai residui giornalisti liberi con la scusa che il potente ha diritto alla sua privacy, una leggenda che i portabandiera dei diritti dell’uomo (Consiglio d’Europa e Corte dei diritti dell’uomo) ci dicono essere una balla, essendo diritto dei cittadini-elettori conoscere gli atti dei politici che siano di interesse pubblico, anche se tali fatti sono documentati con intercettazioni acquisite illegalmente.

Per non parlare delle varie leggi a danno della stampa libera (ad esempio, aumento delle spese postali per i periodici) e i vari attentati normativi alla libertà di Internet in nome della guerra al crimine informatico, che evidentemente non può essere una buona ragione: sarebbe come dire mettiamo le manette a tutti perchè alcuni possono essere ladri, truffatori e pedofili, oppure puniamo il tassista (nella fattispecie il provider) perchè il passeggero ha una pistola in tasca.

Ma la disinformazione non è solo imposta, è accettata. Va di moda perchè offre il vantaggio di non dover faticare per imparare e  informarsi e quindi offre l’illusione di essere uguale o superiore a chi sa davvero. La disinformazione, inoltre, alleggerisce la coscienza, perché la scelta non è personale, ma conseguenza di quello che ha detto il tal politico o la Tv o il capo.

Per di più, non sapere impedisce di  essere delusi per il fatto che certe regole spacciate per ideali valgono per le persone comuni, non per i furbi privilegiati che le impongono agli altri – magari per legge – , mentre nelle segrete stanze fanno tutto il contrario di quanto hanno dichiarato o promesso. Ciò, a mio avviso, spiega anche la ferocia della difesa che alcuni, anche in buona fede, portano alla privacy di un potente quando emergono particolari che confliggono con il moralismo propagandato da quello a scopi elettorali: non vogliono ammettere di essere stati trattati da stupidi. Ovvero di essersi lasciati trattare da stupidi.