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Il sindaco di Parma se ne è andato dopo aver provato a resistere all’assedio della città, nel bunker del municipio. Assessori e consiglieri in fuga alla ricerca dell’innocenza perduta lo avevano abbandonato nel pomeriggio mentre Villani, capataz del Popolo della libertà, scuoteva la testa: meglio chiudere per racimolare qualcosa nelle elezioni di primavera. Villani è uomo dall’obbedienza sicura: mai avrebbe annunciato l’addio se Roma avesse ordinato di non mollare. 50 ore di silenzio e finalmente la lettera di dimissioni. Aveva provato a resistere forse appeso ai consigli di Gianni Letta, suo maestro e protettore. L’ultima parola deve essere stata: scappa ed ecco la lettera stracciacuore con la speranza che non demorde: “L’amore per Parma mi ha guidato in questi anni e continuerà a guidarmi anche in futuro se i parmigiani lo riterranno. È l’impegno al quale non mi sottrarrò”.
Lascia 600 milioni di debiti, opere che non finiranno mai, città sconvolta dagli appetiti in libera uscita dei signori del mattone. Ma l’ex sindaco è di altro parere: “Questa per me non è una decisione facile perché non è semplice cancellare 13 anni di vita dedicata a tempo pieno alla mia città non risparmiandomi mai e mettendo tutta la mia buona volontà le mie capacità. In questi anni Parma è migliorata enormemente nei servizi quanto nelle opportunità. Poche altre città sono state così dinamiche…”: retorica insicura, imprecisioni commoventi ma bisogna capire l’emozione.

Elenca le trasformazioni che hanno sconvolto l’armonia di una comunità elegante, orrori per chi la abita ma fiori all’occhiello dell’erede della Città Cantiere inventata dal vecchio sindaco Ubaldi del quale Vignali era stato il missionario nel promuovere quartiere per quartiere la costruzione surreale della metropolitana, 365 milioni che avrebbero indebitato per secoli chi paga le tasse. Aspettava dallo stato i 70 milioni del metro che non si farà, 70 milioni di progetti, consigli d’amministrazione: “Con grande difficoltà sono riuscito a portarli in casa”. Sperava fossero il salvagente che lo tenesse a galla, ma arrivano con un giorno di ritardo, solo un giorno: attesa fatale. Nel consiglio previsto per domani e ormai annullato, si doveva votare la concessione di 20 milioni ad una delle sciagurate agenzie che sprofondano i bilanci, agenzia impegnata nella costruzione di un palazzo dello sport. Insomma, fino all’ultimo minuto non ha rinunciato al vizio dell’indebitarsi malgrado la proibizione della Corte dei Conti.
“Sono rimasto per garantire la realizzazione fondamentale del Festival di Verdi”: comincia lunedi ma Vignali non sarà in bella vista nel teatro Farnese, come lo era al teatro Regio con al fianco un’accompagnatrice noleggiata a Milano.
Parma è la città del melodramma, eppure fin dalle prime intemperanze il sindaco tramontato inseguiva una vocazione diversa: uomo da piano bar, passione giovanile esercitata nelle orchestrine, ma anche prestigiatore avveduto, commercialista, revisore in una trentina di società con inquietudini che disorientavano gli elettori: quel vorticoso trasferire in pochi mesi residenze fiscali, domicilio e residenza civile da una casa a un ufficio, per poi far marcia in dietro e di nuovo marcia in avanti. I mea culpa vanno oltre la corte dei politici della provincia fino a ieri sciolti nella devozione. Forse perché Vignali era stato stato scelto da potentissimi costruttori per garantire la Città Cantiere di chi l’aveva preceduto che tanti benefici aveva procurato agli affari. Lascia il ricordo della cerimonia di insediamento per la prima volta in piazza, tappeti rossi e bandiere e assessore Bernini (da due giorni in carcere a Forlì) che lo sollevava sulle spalle con la risata della contentezza.