Quando arriva nella sala degli affreschi al primo piano di Cà Sugana, sede del Palazzo comunale, non ha con sé il consueto sorriso a tutti denti. Giancarlo Gentilini, classe 1929, ex Balilla, ex Alpino, ex avvocato, focoso leghista della prima ora e dal 1994 alla guida del comune di Treviso (prima come sindaco, poi come vicesindaco), pesa bene le parole prima di parlare. Non deve aver gradito molto la strigliata che il sindaco trevigiano Giampaolo Gobbo, fedelissimo di Bossi, gli ha appioppato la scorsa settimana a seguito delle sue esternazioni sul Senatur. Non permetterti più di attaccare Bossi, gli ha intimato l’ex europarlamentare. E Gentilini, oggi, si morde la lingua pur di rispettare quel veto.

“Io sono un amministratore e parlo da amministratore, non da politico”. “Voglio essere svincolato al massimo dalla politica perché questa, secondo me, è la morte dell’amministrazione”. Poi, assumendo un’aria solenne, dice: “I sempre maggiori tagli apportati agli enti locali disattendono il punto del programma elettorale che ha vinto l’ultima tornata: quello di premiare gli enti locali virtuosi.”

Giancarlo Gentilini, quello stesso sindaco che appena insediato aveva tolto le panchine dai giardini pubblici cittadini per non farci sedere gli immigrati e che, altra sua boutade di fuoco, aveva suggerito di vestire gli immigrati (sempre loro) da leprotti “e fare pim pim pim col fucile”, quando vuole sa usare la pragmatica con grande maestria. “Dal governo sono arrivate molte promesse, purtroppo non mantenute. D’altronde il peso politico della Lega è quello che è, e con l’8-9 per cento non si possono fare miracoli”, spiega, sottolineando inoltre che, con questa politica, “noi sindaci siamo diventati gli agnelli sacrificali; tutti ci dicono che ci dovevamo imporre”.

Come ripete da mesi la maggioranza di governo, “la causa di questa crisi è mondiale, non nasce dal nostro Paese” e poi, da buon alpino-sindaco pragmatico-politico (tre fattori che, riferiti a sé stesso, riassume con un rimando al Padreterno: “uno e trino”), non scorda che pure debito pubblico italiano, “cresciuto a dismisura fin dai tempi della Balena bianca”, ha un ruolo essenziale in questo declino.

Di lui si possono criticare molte cose, ma non la coerenza. Infatti, è con amarezza che spiega: “Ho chiesto al governo di avere il coraggio di prendere alcune decisioni importanti, anche se possono essere impopolari, ma non è stato fatto nulla. Io sto in mezzo al mio popolo, vivo in mezzo ai miei cittadini, e raccolgo le loro richieste, ascolto i loro bisogni. Mi chiedono: Sindaco, dove andremo a finire? E io non so che cosa rispondere. E questa è una cosa bruttissima. Io, che dal 1994 non faccio un giorno di ferie pur di stare vicino alla mia gente, la considero il fallimento della politica”.

La politica italiana di oggi, d’altronde, è quella “dei compromessi, delle alleanze; io, invece, ho sempre seguito solo il mio Vangelo, costituito dall’ordine, dalla disciplina, dal rispetto delle leggi, dalla trasparenza, dall’onestà massima. Mi batto perché la Lega Nord torni ad essere una onesta palestra di idee in cui il dibattito viene accettato, non ostacolato”.

Circondato da alcuni dipinti a tempera e a olio che lo immortalano con la fascia da primo cittadino o con la mano appoggiata su un fiero leone in pietra, il vicesindaco più famoso d’Italia ammette poi che anche l’altro obiettivo della Lega, il contrasto all’immigrazione clandestina, è sfumato poco a poco: “Certo, lo vediamo tutti che l’immigrazione clandestina continua e la colpa principale è della Chiesa e della sua politica della tolleranza. Io sono un nemico di quella tolleranza professata dalla Chiesa perché, come dicevano nell’antica Roma, “Dura lex, sed lex”.

A Padova prossimamente arriverà il figlio di Riina, Giuseppe Salvatore, condannato per associazione mafiosa, e la Lega ha subito alzato le barricate. Che ne pensa il sindaco-sceriffo? “Il Veneto è da sempre rifugio di mafiosi. Se invece che a Padova il figlio di Riina avesse voluto venire a Treviso, io sarei andato subito dal prefetto e avrei comunicato di non accettare assolutamente l’insediamento di questi personaggi. Temo che il loro trasferimento sia collegato al rifiuto opposto da altre famiglie di mafiosi di stabilirsi nei loro territori: allontanandoli, evitano che il loro impero venga insidiato”.

Dice poi che queste cose sono contrarie al dogma della Lega. E quale sarebbe, domanda. E’ curioso infatti che, mentre in Veneto il Carroccio fa (o tenta di fare) antimafia, a Roma voti a favore di un ministro indagato per mafia. “La Lega non vuole nelle sue file personaggi implicati con la mafia e la ndrangheta. Personalmente sono contrario all’iniziativa di Brunetta di abolire il certificato antimafia (anche se poi il ministro della Pubblica amministrazione ha smentito la propria dichiarazione, ndr) e ritengo che il Veneto abbia bisogno di difese. Per tutto ciò che riguarda le iniziative politiche della Lega, è preferibile chiedere a Gobbo anziché a me”.

“Ciò che ho visto io, girando per il Veneto, è che il vertice della Lega ha cominciato a scollarsi dalla base: la base si sente abbandonata, è arrabbiata. E queste cose mi hanno ferito e mi feriscono. Credo che la Lega debba ricominciare a guardare al futuro, soprattutto che debba ricombinare a dare un futuro, ai nostri figli, ai nipoti. Questo deve ricominciare a fare”.

Gentilini, la rivedremo di nuova in corsa nelle prossime elezioni amministrative? “Ormai ho un’età veneranda”, esclama, sorridendo, “ma potrei riprovarci. Non so però se con la Lega o senza. Se la Lega tornerà a essere quella che dico io, un movimento cioè vicino ai problemi della gente, in cui io non sono costretto a convivere con personaggi che non hanno la mia stima e la volontà di fare, allora sì. In caso contrario, mi riservo di valutare”.

di Monica Zornetta