È “onore” la parola più bella e anche più importante usata nel tardivo messaggio dei vescovi. La più vicina al testo laico della Costituzione, articolo 54: “I cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. È la parola più esplicita. Quella che esclude la destinazione generale e perciò generica del messaggio: non gli uomini tutti come vorrebbero i Lupi più furbi. Ma uno solo tra noi: qui e ora. Quello che occupa il posto più alto, il posto d’onore. Che nel suo fare e disfare, dovrebbe farsi onore. Che nel suo dire e disdire, dovrebbe avere una parola d’onore. E nel suo comportarsi, onorare il vero.

L’onore è insieme intransigente e gentile. È un dover essere in relazione agli altri, esecra la compravendita dei destini e dei corpi, non pratica il disprezzo. È una qualità estetica, non infila le mani per palpare, non soffia, non sbava, non sghignazza. E una disposizione d’animo. Rifugge da ogni delitto, in primis quello che insanguina se stesso. Conduce sempre al rispetto. Anche quello dei nemici più acerrimi. Che solo in suo nome rinunciano talvolta alla vendetta, concedendo quando verrà il momento, l’onore delle armi.

Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2011