“A mà, so Vincenzì”. Il genio della sala ogni tanto parla. E dice la verità. Quella vera. Dalle retrovie del cinema, di fronte all’imbarazzante finale di La pelle che abito, si leva una battuta in romanesco seguita da sghignazzi. Perché no, così tanto no. Nessun regista può permetterselo. Neppure Almodóvar che è ormai un classico. Ma che qui arriva là dove, grazie al cielo, non era mai giunto ma verso cui stava andando, specialmente dopo Gli abbracci spezzati. Ovvero a un insulso polpettone anatomo-non-patologico. Che più che la pelle, ci fa ripensare alle palle che “abitiamo” per due lunghissime ore.

Tutto ruota attorno alla triste vicenda della misura del pene, motivo della contesa tra due uomini molto legati tra loro. La moglie di uno (Banderas) fugge con quell’altro. Hanno un incidente. Quasi mortale. Lei ne uscirà carbonizzata. Il di lei marito, chirurgo plastico e medico folle che però evidentemente non la rendeva felice, vedrà di salvarla (per salvare se stesso) sperimentando sull’ustionata un derma nuovo. Fallirà. Ma poi, nel prosieguo, tenterà di replicare con Vera, fanciulla misteriosa e molto figa. La tiene segretata in casa. Per anni. E la manipola. Dal corpo alla psiche. La ricostruisce. Per non sentirsi colpevole delle proprie miserie (falliche e morali), per non sentirsi responsabile del passato e far diventare la nuova “creatura” ciò che lui desidera. La prima moglie e qualcosa in più.

Ma qui Hitchcock non c’entra proprio nulla. E anzi si rivolta nella tomba. La pelle che abito ricorda i peggior b-movie, soprattutto per la sceneggiatura: da urlo. Nel senso che fa paura e può danneggiare la salute del cinema. Nel senso che se uno scrive una cosa così e non si chiama Almodóvar i produttori gli tirano le uova. Ma se ti chiami Almodóvar fai il film e addirittura vai in concorso a Cannes, rubando un posto di lavoro a chi ne avrebbe più merito.

Alla fine della filiera può arrivare, per fortuna, il vendicatore. Cioè il genio della sala. Che non ci sta. Mica è scemo: capisce che Banderas, lo scienziato pazzo, si dibatte in una tragica ripetizione psichica, in una nevrosi orrenda che nessuno vorrebbe avere. Ma lo spettatore ha il senso del pudore e l’innocente sente un pericolo mortale: il film supera il senso del ridicolo. Del resto, se si forza così tanto la materia (cinematografica) si diventa come Banderas: sperimentatori pazzi.

Almodóvar sembra un regista imbizzarrito a cui sono sfuggiti gli ingredienti dell’intera faccenda. Uno può raccontare quel che vuole e, avendo una soglia stilistica forte, essere credibile anche con l’impossibile. Uno può mettere in scena un uomo che, al posto di un figlio, si ritrova padre di un feto che assomiglia a un pollo e che ha un “rapporto” con una donna che canta in un termosifone. E ne esce Eraserhead.

Qui è la rappresentazione della follia a essere folle: andirivieni tra passato e presente con personaggi che si incastrano e si replicano e duplicano con un effetto Chiquito e Paquito (“Sapevi che tua madre è mia sorella? E che tua zia ha una relazione con te?”) – effetto che Almodóvar rischia spesso ma con di solito forte autoironia – tanto da arrivare a riconoscimenti che neppure la commedia latina della decadenza sognava. Alla fine, dell’incredibile Pelle che abito, potrebbe restare negli annali la strepitosa “agnizione finale”, come si usava dire in analisi del testo. E quindi lasciatevi andare: ridete senza sosta.