“Mi ha sempre colpito il fatto che anche chi, come me, in quegli anni non c’era, o era bambino, non possa oggi sfuggire alla politicizzazione della memoria e sia costretto a compiere, più che una scelta di campo, un atto di fede”.

È questa una delle frasi che racchiudono meglio il senso profondo di un libro come L’inferno sono gli altri – Cercando mio padre, vittima delle Br, nella memoria divisa degli anni Settanta, di Silvia Giralucci (Mondadori). Un libro inchiesta su una città, Padova, su un periodo fondamentale del Novecento italiano, gli anni Settanta, e su una storia personale, quella dell’autrice, che all’età di tre anni perse il padre, Graziano Giralucci, ucciso insieme a Giuseppe Mazzola il 17 giugno 1974 per mano delle Br.

Sono tanti i libri che affrontano il tema degli anni del terrorismo e della lotta armata, nella maggior parte di essi – perlomeno in quelli che riscuotono maggiore successo commerciale – il punto di vista è sempre di tipo emozionale. C’è la memoria delle vittime, e quindi i ricordi personali, l’elaborazione di un lutto, il vuoto materiale di chi resta; e c’è la ricostruzione storica fatta dal punto di vista dei carnefici, con tanto di analisi di contesto e tentativi, più o meno velati, di discolpa.

Il testo di Silvia Giralucci tenta un’altra strada. È la strada coraggiosa di chi, pur partendo da una vicenda umana e familiare atrocemente implicata, riesce a ricostruire i fatti in maniera lucida, razionale, imparziale, volando al di sopra degli steccati ideologici che a tutt’oggi impediscono un’analisi obiettiva degli anni di piombo.

Così, partendo dall’inchiesta “7 aprile”, passata alla storia come il processo ad Autonomia operaia, si dà voce ai protagonisti di quella stagione: da Guido Petter, docente ed ex partigiano fatto bersaglio della violenza estremista, a Pietro Calogero, il magistrato che fu autore di quel “teorema” che portò all’arresto di massa dei leader dell’Autonomia; da Antonio Romito, il sindacalista ex di Potere operaio che collaborò con la giustizia, a Pino Nicotri, il giornalista dell’Espresso accusato ingiustamente di essere il telefonista del sequestro Moro.

Attraverso le interviste, gli incontri, le conversazioni più o meno informali, emerge il quadro di una memoria, appunto, tuttora divisa, in cui a distanza di oltre trent’anni nessuno sembra ancora capace di superare quella che fu la propria scelta politica ed esistenziale. E forse perché in questo paese, in fondo, gli anni Settanta non sono mai veramente finiti, perché il permanente clima da scontro di piazza che si protrae da allora nella vita politica degli italiani è il riflesso di una condizione sociale ed economica immutata nel suo complesso, se non addirittura peggiorata rispetto al passato.

“La prima sofferenza è l’ultima sofferenza” scrisse il filosofo americano Ralph Waldo Emerson, per indicare che il dolore più grande nella vita di un essere umano annulla tutti gli altri, fino a rendere il cuore immune. L’insegnamento che si trae dal libro di Silvia Giralucci è appunto questo: non ci sono più colpevoli da cercare, la storia è ciò che resta, sono i fatti, sono gli uomini in carne e ossa che hanno vissuto nel pieno degli avvenimenti, e il compito di chi vuol capire è porsi delle domande, anche se questo fa ancora male (maledettamente male), là dove gli altri ancora non vedono.