Con una importante delibera, la settimana passata il Csm ha preso atto della necessità di consentire ai magistrati di esprimere liberamente il proprio pensiero, in ottemperanza alla previsione costituzionale e ai principi della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo.

Tale presa di posizione rappresenta un importante punto fermo nella tutela dei diritti dei magistrati, troppo spesso vittime di una reiterata campagna – posta in essere prevalentemente dai politici, ma anche all’interno della magistratura, soprattutto amministrativa – volta a mettere “il bavaglio” ai magistrati, negandone così il diritto alla libera manifestazione del pensiero riconosciuto a tutti i cittadini della Repubblica.

Per poter scrivere o collaborare con i giornali, ha precisato l’organo di autogoverno della Magistratura ordinaria, non è necessaria nessuna preventiva autorizzazione da parte del Csm stesso, così come per le docenze gratuite (che sono pur sempre espressione del pensiero giuridico). Non così, invece, per le docenze a pagamento, che devono essere regolarmente autorizzate al fine di consentire la verifica ed il monitoraggio dell’attività “extra” dei magistrati.

In senso completamente opposto, invece, sembra muoversi la magistratura amministrativa (i giudici del Tar e del Consiglio di Stato), la cui principale associazione di categoria (l’Anma) ha recentemente voluto un dibattito volto a limitare gli interventi pubblici dei singoli magistrati ed ad assicurare, invece, solo quello ufficiale della associazione stessa (anche acquistando a pagamento pagine del quotidiano Italia Oggi).

Anche per gli incarichi, la linea politica dei magistrati amministrativi va in senso completamente opposto a quella del Csm: per le “prime” quindici docenze retribuite richieste (ogni anno) dai giudici amministrativi l’organo di autogoverno si limita ad una mera “presa d’atto” che non viene nemmeno resa pubblica nel sito istituzionale, prevedendo invece una specifica autorizzazione solo oltre la quindicesima richiesta. Una sorta di liberalizzazione “a metà”.

Sul punto, anche l’Anma (Associazione nazionale magistrati amministrativi) ha criticato l’eccessivo numero di incarichi dei magistrati amministrativi (oltre 1.000 in un anno… per soli 350 giudici!), molti dei quali sono al servizio del Governo, sugli atti del quale gli stessi magistrati amministrativi devono poi giudicare (l’elenco degli incarichi autorizzati si può vedere alla sezione Consiglio di presidenza, nel sito istituzionale della giustizia amministrativa).

Ma ciò che preoccupa di più è l’entità dei compensi di tali incarichi, che in alcuni casi ammontano a decine o centinaia di migliaia di euro l’anno, i quali consentono più che di arrotondare lo stipendio, di moltiplicarlo. A questo punto, sarebbe forse opportuno che i magistrati amministrativi “incarichisti” fossero obbligati a mettere online le loro dichiarazioni dei redditi, assicurando l’assoluta trasparenza dovuta da chi svolge tanto delicate funzioni.