Uniti contro la crisi. Questa in sintesi la proposta del sindaco Merola dopo una giornata concitata di Consiglio Comunale a Bologna. E se fuori da Palazzo d’Accursio si è consumato il presidio di protesta dei sindacati di base, dentro si è svolta una seduta fiume e straordinaria voluta da Merola che ha portato ad un nulla di fatto. O meglio all’approvazione dell’ordine del giorno volto all’unità con il voto favorevole della sola maggioranza e quello contrario di Pdl, Lega e M5S.

L’ufficializzazione, oramai nell’aria da settimane, del declassamento di Bologna dalla categoria A+ a quella A da parte dell’agenzia internazionale di rating Standard & Poor’s, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Sentite a una a una le parti sociali, le associazioni di categoria e i sindacati convocati dal sindaco tra i banchi del consiglio comunale proprio per l’emergenza economica che sta colpendo le casse del Comune, la lunga giornata della giunta Merola che chiede a mani giunte un aiuto bipartisan per superare la crisi economica, finisce quasi con maggiore distanza tra governo e opposizione di quanto fosse iniziata.

Ad aprire le danze in mattinata la vicesindaco Silvia Giannini che ha riproposto l’aumento “anche in modo differenziato in base al reddito” dell’addizionale Irpef dallo 0,7% allo 0,8% e l’imposta di soggiorno con aliquote da 0,5 a 5 euro per pernottamento. Altre possibili entrate: la rivalutazione delle rendite catastali e l’introduzione dell’Imu, “auspicabilmente esteso alla prima casa”. In sostanza una reintroduzione dell’Ici che proprio il governo nemico, autore dei recenti e consistenti tagli agli enti locali, aveva tolto già all’epoca dell’elezione di Berlusconi a presidente del consiglio

Ed è proprio questa mancanza di prevenzione, di analisi per tempo di cosa sarebbe potuto succedere alle casse comunali di Bologna prima del ciclone Berlusconi, che ha fatto sorgere più di un dubbio alle opposizioni chiamate a costruire il “patto di unità” voluto dal sindaco. Come se i bilanci impossibili di Tremonti e le intenzioni politiche della maggioranza di governo a Roma oltre a cifre fallaci, non portassero in seno sgambetti o autentiche ripicche politiche.

“Per favore, ve lo chiedo con il cuore, non fingete di  essere stati sobri, perfetti e integerrimi fino ad oggi”, ha affermato nel suo intervento Massimo Bugani del Movimento 5 Stelle, “perché alcune situazioni difficili per il nostro comune non derivano esclusivamente dalla crisi e dalla recente manovra. Questo non è l’anno zero, siamo nel 2011, e  nel  2011  ci  siamo  arrivati  dopo  anni  di amministrazioni incapaci  e stupidamente cieche  di cui molti di voi hanno (più o meno silenziosamente e con complicità) fatto parte”.

Affermazioni che non hanno lasciato indifferenti esponenti dell’opposizione di centrodestra e creato mugugni anche tra qualche consigliere della maggioranza di centrosinistra. Impossibile non mettere a bilancio i fallimentari affari del Civis e del People Mover, come diverse consulenze e stipendi di funzionari delle partecipate del Comune iniziate con la giunta Guazzaloca, proseguite con Cofferati e il fallimentare interludio di Delbono. Voci che nel rendiconto di fine anno risultano solo un pesantissimo segno meno e nessun segno più dovuto ad introiti provenienti dai fantomatici progetti faraonici.

Ma è comunque su un altro piano che pare giocarsi la partita del futuro assestamento di bilancio del Comune di Bologna e sulla tenuta della giunta Merola: le esternalizzazioni. Una parola all’apparenza innocua ma che cela in sé ciò che metterebbe in difficoltà gli elettori del centrosinistra: la privatizzazione di molti servizi pubblici di welfare. Preannunciata ai primi di agosto in un’intervista ad un giornale locale, Merola aveva iniziato qualche timido tentativo a riguardo, riuscendo comunque in un capolavoro di comunicazione spacciando per “rivoluzione d’ottobre” una graduale ma decisa svendita dei servizi pubblici.

Su questo, infatti, qualche plauso dell’opposizione di Pdl e Lega Nord, Merola pare raccoglierlo. “La  riforma del welfare e dei servizi è indispensabile oggi per oggi ma soprattutto oggi per il domani”, spiega nel suo intervento Aldrovandi, leader cattolico dell’opposizione, “La chiave di volta è  l’applicazione della sussidiarietà, affidandosi ai soggetti del privato sociale per moltiplicare le risorse ed usarle nel modo migliore. Il Comune si può lanciare, come esempio in Italia, in uno sforzo  di  grande  innovazione nei rapporti con il personale, con innovazioni contrattuali,  riconversioni e valorizzazioni dello stesso”.

“Sul  tema della riforma del nostro welfare la nostra posizione è quella dell’introduzione con nettezza della sussidiarietà orizzontale, oltre quella verticale”, ha risposto Merola nella chiusura serale della seduta del Consiglio, “Tradotto per i cittadini: noi siamo per una diversa idea di pubblico, che non coincida con pubblico uguale Stato e Comune, ma pubblico inteso in termini moderni, cioè che i cittadini si auto-organizzano per la gestione dei servizi (…) Non si tratta di privatizzazioni perché privatizzare significa affidarsi ai servizi. Qui si tratta di allargare il concetto di pubblico e allargare il concetto di privato. E ridefinire questi parametri in una realtà che non parte da zero, altrimenti non esisterebbero i centri sociali anziani e l’assistenza domiciliare  se non fossimo già avanzati nell’applicazione di  questo concetto di sussidiarietà. Cosa ci manca? Renderlo sistematico”.

Ora rimane da chiedersi come e quando questo avverrà. Questo lento smantellamento dei celebrati servizi di welfare all’emiliana, dagli asili alla terza età, che già la protesta di parecchie cooperative del settore (Geco e Dolce) ci ha permesso di intuire nefasta: sia perché già iniziato ben prima dei tagli di governo dell’estate scorsa, sia perché per i dipendenti del settore le esternalizzazioni promettono sacrifici, decurtazioni di stipendio se non vera e propria scomparsa del posto di lavoro.

di Ilaria Giupponi e Davide Turrini