Ci ha messo quattro anni il regista parmigiano d’oltretorrente Giancarlo Bocchi nel recuperare materiale d’archivio e testimonianze d’epoca per comporre Il Ribelle. Documentario indipendente sulla dimenticata e importante figura storica dell’altrettanto parmigiano Guido Picelli, oppositore del fascismo, del franchismo e dello stalinismo.

Un’avventura libertaria, quella di Picelli che attraversa vent’anni di totalitarismi europei. Antesignano di Che Guevara, Picelli con i suoi 400 Arditi del Popolo sconfisse diecimila fascisti durante i cinque giorni della Battaglia di Parma nell’agosto del ’22, sostenne l’idea del Fronte Popolare contro il fascismo in Europa, compì gesti eroici e clamorosi ridicolizzando il regime e scampando ad attentati dell’Ovra. Giunse infine in URSS, venne emarginato dagli stalinisti e finì leader dei battaglioni del Poum nella guerra di Spagna, fino a quando una pallottola vigliacca lo fulminò, colpendolo alle spalle.

Il ribelle di Bocchi, con voce narrante di Valerio Mastandrea e Francesco Pannofino a interpretare in voce over lo stesso Picelli, è prima di tutto, lavoro di recupero di materiali inediti tra cineteche di mezzo mondo: “una tecnica mista fatta di testimonianze orali, filmati d’archivio e intuito”, spiega Bocchi al fattoquotidiano.it, “Ho scovato l’unico film in cui Picelli recita assieme ad Ermete Zacconi nel 1914, una sequenza di Caporetto censurata dagli archivi italiani e una della cavalleria del Poum”.

Al centro dei primi anni di vita di Picelli ci sono gli Arditi del Popolo di cui i manuali di storia parlano poco…

“E’ stato il partito comunista a tenere nascoste le vicende degli Arditi per decenni. La figura di Picelli, poi, venne letteralmente rimossa, anche se rappresentava la figura del vero politico: moralmente onesto, generoso, altruista, coraggioso, un uomo dei fatti e non dell’ideologia. Aveva intuito prima di tutti gli altri, confusi nel loro pollaio ideologico, che per combattere il fascismo ci doveva essere un fronte unico. Lui ci riuscì a Parma nel ‘22 unendo anarchici, socialisti, repubblicani e cattolici. Picelli diceva che prima si doveva contrastare il fascismo, poi discutere delle questioni ideologiche. Per questo fu incaricato da Gramsci a costituire segretamente le forze insurrezionali antifasciste. Girò l’Italia in lungo e in largo nei pericolosi anni Venti, rischiò la vita. Ma Picelli era questo: un personaggio che dovrebbe piacere ai giovani di oggi”.

Perché usa il condizionale?

“E’ un momento di grande piattezza politica, di neoschiavitù, di difficoltà a comunicare il senso di ribellione di fronte alle ingiustizie. Purtroppo gli indignados sono ancora una forza modesta. Perché forse la gente pensa ancora che si possano cambiare le cose così per miracolo, ma la situazione peggiorerà. Siamo in un regime tirannico in cui i politici hanno contro la maggioranza della popolazione e continuano a occupare il potere, in piccolo a Parma, in grande a Roma. La tirannide si manifesta in tutti quei provvedimenti approvati che vanno in funzione di persone precise, a favorire i soliti noti. La nostra è una democrazia allo sbando”.

Ci pare di capire che per lei, come per Picelli, in Italia oggi c’è bisogno di un fronte unico antiberlusconiano…

“Per questo ho fatto questo documentario. Gramsci diceva: “la storia insegna ma non ha scolari”. La storia di Picelli insegna che si può battere il fascismo come oggi si può sconfiggere questa congrega di P3, P4 e Berlusconi. Il Ribelle l’ho girato non solo perché sono di Parma, non solo perché sono nato nell’oltretorrente, ma perché ho visto subito in questa figura, che anch’io conoscevo poco, il suo valore politico attuale”.

Lei ha ribadito più volte: “mai un’anteprima a Parma per il mio film”. Cosa l’ha spinta a questa scelta perentoria?

“Macché anteprima, io a Parma non faccio proprio nessuna proiezione del film. L’anteprima è stata fatta il due giugno scorso alla Filmoteca Spagnola a Madrid perché Picelli morì lì. Già da allora, con grande dolore, avevo deciso di non fare proiezioni a Parma contro la situazione di degrado etico, culturale, sociale ed economico che vive questa città da oltre dieci anni. Una città che ha avuto primi piani di giornali, dal caso Parmalat in avanti, solo per fatti negativi e che non ha saputo meditare sui suoi errori”.

Qual è il motivo principale di questa ondata di corruzione e di degrado politico a Parma?

“Credo che il livello di connivenza e inciuci in città sia molto ampio. Molta gente s’è venduta per un tozzo di pane a questa destra vorace di industriali e possidenti, figli di quelli che hanno finanziato il fascismo. In tutti questi anni hanno tentato di distruggere il senso culturale di una città, l’animo dell’oltretorrente: un reato di gravità assoluta. Io ho protestato contro Ubaldi quando mandò lo sfratto all’istituto storico della resistenza di Parma. Con Vignali non ne parliamo, non gli ho mai voluto stringere la mano e mai lo farò”.

Fa molta impressione l’attaccamento che questo sindaco ha per la poltrona…

“E’ un Berlusconi in piccolo, ma è sull’orlo di piazzale Loreto. Il popolo saprà giudicarlo. Parlo di impiccagione mediatica, oggi ci sono i media che sapranno condannarlo”.

Eppure la situazione politica a Parma e in Italia non si sblocca. Oltre alla destra c’è qualche altro colpevole di questa situazione di stallo?

“Parma ha dato segno di ribellismo dall’Ottocento fino agli anni settanta del Novecento, ma negli ultimi dieci anni questa destra ha cloroformizzato la gente. Però per essere giusti il problema nasce dalla sinistra italiana che da trent’anni dà segno di non saper più leggere la situazione. Vignali rimane in sella perché a parte due meritevoli Robin Hood delle interpellanze, i consiglieri Ablondi del Prc e Pagliari, il Pd è rimasto silente. Un esempio clamoroso su come il Pd ha voluto perdere le ultime elezioni in città è l’aver presentato Peri, uno che era sindaco di Collecchio quando imperava la Parmalat. C’è oramai troppa confusione tra destra e sinistra e quest’ultima deve affrontare un’ampia e gravissima questione morale al suo interno”.