È molto improbabile, addirittura impossibile che la Corte penale internazionale dell’Aja possa prendere in considerazione la denuncia di un gruppo di associazioni di vittime di preti pedofili contro Papa Ratzinger e i cardinali Bertone e Sodano.

Il Papa, sovrano di stato, e i suoi Primi ministri, Sodano e Bertone in successione, da un lato godono di infinite protezioni giuridiche internazionali da essere intoccabili, dall’altro si arrogano il diritto di potere essere giudicati, chissà quando, solo da Dio. Ma se un dio esiste, certamente non è quello di cui si è servito il potere ecclesiastico, lungo i secoli, per opprimere una gran parte di umanità con dogmi e leggi che con il Dio vero, quello di Gesù Cristo, non hanno nulla a che fare.

È questo Dio, casomai, che giudica e condanna gli attuali gestori dell’organizzazione ecclesiastica per avere nascosto e protetto i delitti di pedofilia di preti, probabilmente oggetto essi stessi, negli anni della loro formazione, degli abusi di altri preti, e certamente vittime inconsapevoli delle strutture chiuse e repressive dei seminari, dove hanno trascorso tutta la loro adolescenza. Non è improprio, né esagerato definire “criminogene” queste strutture, se solo si riuscisse a immaginare e quantificare quanti delitti e quante vittime a catena hanno prodotto quelle strutture che ancora la Chiesa tiene in vita e alimenta.

All’Aja Ratzinger non sarà giudicato, né tantomeno condannato. A Berlino sta manifestando comprensione non tanto per le vittime della pedofilia, ma per “quelli che lasciano la Chiesa per la pedofilia del clero”. E assicura di “lavorare perché mai più si ripeta”. Non si capisce in cosa consista questo banale “stiamo lavorando” se nei seminari migliaia di adolescenti, negli anni più delicati della loro crescita, vengono ancora allevati ed allenati alla repressione dell’affettività e alla negazione del diritto umano all’esercizio della propria sessualità.

Se all’Aja, o a Berlino ci sarà un giudice che solleverà il tema dell’ “ipotesi di reato” per violazione dei diritti dei fanciulli in quelle strutture, si dovrà occupare non solo del Papa sovrano di stato, ma anche dei suoi ministri dei dicasteri che tengono in vita quelle strutture dove quei diritti vengono sistematicamente violati. Secondo i dati ufficiali forniti dal Centro Nazionale Vocazioni della Cei, in Italia ci sono un centinaio di seminari dove a più di tremila ragazzi (con un aumento dal 2009 al 2010 del 3,9 per cento), viene imposta un’educazione che vieta di vivere secondo natura la propria sessualità. Lo Stato ha il dovere di intervenire perché a questi ragazzi, cittadini italiani, venga assicurata una completa formazione culturale e umana che non prescinda dall’educazione all’esercizio della sessualità? Ove questo non avvenga potrà un giudice sollevare l’”ipotesi di reato”? O anche questa materia, insieme ai privilegi finanziari, è sottopasta ai vincoli del Concordato?

I Vescovi Usa, nel cui paese i delitti di pedofilia del clero hanno raggiunto cifre da capogiro e risarcimenti da bancarotta, attraverso una commissione da essi stessi istituita, hanno riconosciuto che “ai seminaristi è negato un normale sviluppo psicologico che può spiegare come alcuni abbiano cercato la compagnia di adolescenti”. E la stessa commissione ha rilevato che “questo fenomeno è la causa dell’incidenza degli abusi sessuali”.

Allora, le associazioni di vittime di preti pedofili farebbero meglio a chiedere al giudice dell’Aja (di Berlino, di Strasburgo o di Roma), di perseguire il capo della Chiesa cattolica e i suoi ministri non per il reato indimostrabile di protezione dei preti pedofili, ma per il reato consumato continuativamente nelle strutture e nelle forme di “educazione” che generano e continueranno a generare il dramma umano dei preti pedofili e il concatenarsi dei delitti di pedofilia nell’ambito ecclesiastico.

Si troverà un giudice?