Qualche tempo fa commisi un’ingenuità: avendo qualche minuto a disposizione, senza bimbi al seguito, all’aeroporto di Fiumicino, comprai un libro solo perché la copertina annunciava: “Vincitore Premio Strega 2011”. Si tratta di Storia della mia gente di Edoardo Nesi, ma all’epoca dell’acquisto titolo e autore erano per me completamente sconosciuti. Lo lessi durante le vacanze estive e non mi piacque per niente. Per carità, i gusti sono gusti, però in particolare mi dispiaceva che avessero dato un premio prestigioso a un libro che a me ricordava molto i discorsi da bar di quindici anni fa.

Ve ne faccio un riassuntino alla Bignami: l’autore era imprenditore nel tessile a Prato per aver ereditato la fabbrichetta alla fine degli anni d’oro. Per fortuna o preveggenza riuscì a venderla giusto prima della crisi del settore e da allora fa lo scrittore di mestiere. La “sua gente” sono quindi gli imprenditori di quel distretto, passati da un mondo in cui la domanda eccedeva sempre l’offerta ad uno in cui è più o meno il contrario. Fin qui nulla di strano: ormai la crisi la conosciamo bene. È nella seconda metà però che l’autore scivola precipitosamente nei discorsi da bar. Prima è colpa della Cina e dei cinesi, sia in patria che in Italia. Quindi è colpa della globalizzazione, dell’apertura dei mercati, di non meglio precisati trattati e di non meglio precisati politici che li hanno firmati. Nel crescendo finale diventa più specificatamente colpa dell’Europa, personificata non si sa perché nel professor Mario Monti, cui l’autore si rivolge direttamente nelle ultime pagine.

Qualche mese dopo averlo letto ho ripreso il libro in mano per due motivi.

Innanzitutto contiene alcuni passaggi di limpida onestà intellettuale, tanto da sembrare quasi freudiani. Un esempio: la “sua gente” è descritta come un gruppo di imprenditori ultrasessantenni che “si facevano chiamare industriali, ma industriali non erano affatto, consci di aver avuto successo in un dopoguerra che “aveva trasportato tutti, capaci e incapaci, industriali e dipendenti, ben oltre i loro limiti”. L’habitat industriale è descritto come al riparo dell’occhio del fisco e delle leggi, in un mondo perfetto e chiuso, protetto dai muri e dai missili nucleari, dai dazi e dalle tariffe”.

Poi contiene passaggi che la realtà ha smentito drammaticamente in pochi mesi, per esempio: “[…] l’Italia, uno dei Paesi fondatori dell’Europa unita, […], disponibile a svalutare la lira ogni volta che le fosse convenuto e incurante dell’astronomicità del suo debito, perché quasi tutto collocato sul mercato interno e, dunque, alla bisogna, come poi si vide, perfettamente tassabile.

Già, come poi si vide.

Infatti stiamo pregando cortesemente la tanto odiata Cina di comprare i nostri titoli di Stato, ovvero in un certo senso di comprarci, per salvarci dal tracollo. Ed è la Cina a dettare le condizioni.

Purtroppo credo di intuire perché hanno dato il premio Strega a questo libro. Rispecchia il sentire comune, direi quasi una certa cultura italiana che è diventata allo stesso tempo la causa del debito astronomico (e del crollo di certe realtà industriali) e l’ostacolo principale alle soluzioni possibili della crisi del debito. Troppe volte, durante le mie vacanze nel Belpaese a luglio, ho letto articoli e sentito conversazioni che descrivevano l’Italia come economia solida, prigioniera di un sistema da cui sarebbe bello poter uscire. Svalutare, come ai bei vecchi tempi, e dopare la competitività nazionale.

Pur rispettando tutti i punti di vista sulla situazione, questo sentire comune a me ricorda un alpinista che, appeso alla parete, provi fastidio per tutte le corde che ha attaccate al corpo, e desideri ardentemente tagliarle. Ma quelle corde non legano solo noi alla parete, legano anche gli altri Paesi dell’eurozona e non solo. Dipendiamo da loro e loro dipendono da noi.

Per fortuna la voce ufficiale degli imprenditori italiani, Emma Marcegaglia, pare aver capito la posta in gioco. Bisogna aggrapparsi bene alle corde e tirarsi su alla svelta; altrimenti ci rimarranno Sanremo e il premio Strega, ma nessuno vorrà comprare il nostro debito.

Disclaimer: Come riportato nella bio, il contenuto di questo e degli altri articoli del mio blog è frutto di opinioni personali e non impegna in alcun modo la Commissione europea.