“Mani in alto, questo è un attacco!” è lo slogan che gli indignados spagnoli domenica scorsa hanno gridato durante le manifestazioni regionali che si sono tenute in tutta la penisola iberica.

Io, San Precario, ero con loro.

Si è appena concluso infatti, a Barcellona, il primo hub meeting europeo, di tutti i movimenti, le reti organizzate e ogni realtà che in questi mesi ha dato voce al diffuso malcontento sociale e al pubblico dissenso ingenerato da governi statali che con le loro politiche economiche prima hanno favorito la crisi abbracciando ideali neoliberisti all’insegna della deregolamentazione dei mercati, tutelando interessi privati di banche e aziende nel nome di una cultura del debito, e ora con provvedimenti ferrei e insostenibili chiamano le fasce più colpite dal dissesto globale, a sanare con fatica i bilanci dei loro paesi, mentre il precariato dilaga, i tassi d’interesse crescono, le valute cadono, la disoccupazione aumenta esponenzialmente, in risposta a un welfare insufficiente a offrire nemmeno quanto sarebbe indispensabile al sostentamento, dei più esposti.

In piazza domenica eravamo in tanti. Decine di migliaia, solo a Barcellona. Molti erano gli slogan contro la crisi, insieme inneggiavamo all’idea di nuovo stato sociale, in grado di garantire un’accessibilità aperta a tutti gli strati della popolazione, che offrisse assistenza medica di base, la salvaguardia del diritto all’istruzione e alla mobilità nei trasporti, la creazione di un sistema che potesse assicurare continuità di reddito alle persone, e la richiesta del riconoscimento al diritto all’insolvenza dal debito sovrano, l’unico modo per uscire da questo circolo vizioso.

Quello che però più mi ha colpito, è proprio la frase che vi dicevo all’inizio, quel “mani in alto”.

Le mani sono importanti, ci parlano attraverso un linguaggio più spontaneo e diretto delle parole, dimostrano di arrivare con risoluta concretezza laddove altre forme d’intelligenza si arrestano, confondendoci le idee.

Durante gli innumerevoli incontri che si sono tenuti, in quei giorni, mi ritrovo ora a considerare di aver visto molte mani alzate: alzate a prendere parola, alzate e agitate in segno di assenso, mostrate in sfida alla repressione delle forze dell’ordine, a ribadire che siamo pacifici ma che non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci. Mani che ricordano altre mani, impegnate altrove a scuotere retoi e ad abbattere guardrail, in Val di Susa.

Proprio partendo da questa intelligenza così pratica stiamo costruendo qualcosa che va ben al di là dell’indignazione, come proposta politica e pratica civile: qui nasce un movimento europeo nel mediterraneo, che sa cosa vuole e si attiva per ottenerlo; noi tutti sappiamo che un cambiamento è possibile e che ormai è prerogativa nostra raggiungerlo.

Di questo abbiamo parlato a Barcellona, e continueremo a farlo, a casa, al nostro ritorno.

Perché condividiamo esperienze e obbiettivi a partire da esigenze di vita messe al servizio di una produzione soggetta ai capricci della finanza. Ci ritroviamo stretti nelle nostre vite precarie, sempre più afflitti, nello spirito e nel corpo, attanagliati dal senso dell’impotenza che il ricatto del modello sociale ci ha imposto.

Per quattro giorni, invece, centinaia di persone da tutta Europa hanno realizzato un pensiero diffuso, fatto di scambi e passioni, energie in libera circolazione e prospettive altre da abbracciare, attraverso modalità di discussione totalmente orizzontali, ci siamo arricchiti e armonizzati.

Credetemi quando vi dico che è stato entusiasmante!

I problemi sono molti e diversificati, e cambiano da paese in paese. La democrazia però è una e rappresenta uno strumento potente, l’unico che ci può permettere di trovare un accordo. Accordo che spesso è più facile da trovare, di quanto siamo disposti ad immaginare.

Nel documento conclusivo, che potete leggere su www.precaria.org , si parla di reddito incondizionato, di diritti ai migranti, di diritto all’insolvenza, di Beni Comuni. Questa è la prospettiva che porteremo nelle piazze europee il 15 ottobre: non solo indignazione ma determinazione, per cambiare le cose, col cuore, con la testa, e soprattutto con le mani.