I soldi del presidente del consiglio confluivano nella cooperativa del cognato di un boss della ‘ndrangheta. Sono le carte dei pm di Napoli che indagano sulla presunta estorsione a Silvio Berlusconi relativa al caso escort a gettare una nuova luce sulla vicenda che vede protagonista Andromeda, cooperativa di facchinaggio e servizi con sede a Milano e uffici a Roma.

Come era già emerso dall’inchiesta, nel maggio 2010 trova un (finto) lavoro in Andromeda Gianpaolo Tarantini, l’uomo che forniva al premier ragazze a pagamento e che, indagato a Bari per favoreggiamento della prostituzione e altri reati, è depositario di verità che possono mettere in serio imbarazzo il capo del governo. A instradarlo verso l’impiego, un compenso supplementare per il suo silenzio secondo l’accusa, è l’entourage di Berlusconi.

Ora i pm aggiungono un dettaglio in più: “Da un dato momento in poi, pare a partire dal settembre del 2010, Tarantini, come dichiarava candidamente, smetteva di lavorare, ma veniva egualmente emessa la busta paga in suo favore”, scrivono Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli nell’istanza sulla competenza territoriale presentata al gip. “Con la conseguenza che la società milanese in questione veniva ristorata da Berlusconi, per il tramite di Valter Lavitola, delle spese sostenute per i contributi e per le tasse che doveva pagare in conseguenza dell’emissione della busta paga”. Solo che Andromeda, come documentato da Il Fatto Quotidiano, è gestita da Bruno Crea, cognato di Natale Alvaro, condannato in primo grado a 11 anni di reclusione come boss della ‘ndrangheta di Sinopoli, nella Piana di Gioia Tauro. In un processo che, a Reggio Calabria, ha coinvolto pezzi da novanta della criminalità calabrese come Giuseppe Piromalli e Mommo Molè.

Nell’operazione condotta nel 2007 dalla Squadra mobile di Reggio Calabria, guidata da Renato Cortese, era finito indagato per assciazione a delinquere “semplice” lo stesso Crea, il manager di Andromeda. La Direzione distrettuale antimafia veva chiesto il suo arresto, poi negato dal gip. La posizione di Crea era stata archiviata. Agli atti dell’inchiesta restano le intercettazioni di uno dei condanati, Pietro D’Ardes, imprenditore romano socio degli Alvaro, che indicava Crea e sua moglie come le persone a cui affidare la gestione della “Cooperativa Lavoro”, da inserire nel grande business del porto di Gioia Tauro. Un altro rapporto economico quantomeno imbarazzante per un presidente del consiglio, tra i tanti che emergono dalle inchieste di Bari e di Napoli.

Bruno Crea smentisce con vigore qualunque ombra: “Non posso tollerare di vedermi accostare a quella malavita organizzata che ho sempre combattuto con coraggio”, ha affermato dopo la deposizione ai pm di Napoli, “strumentalizzando la situazione processuale di un mio parente acquisito, ancora in attesa di essere definitivamente giudicato”. L’imprenditore ha ricordato di avere “svolto in passato un ruolo importante di testimone di giustizia” e di essere ”letteralmente fuggito dalla Calabria per evitare terribili vendette di ‘ndrangheta”, dopo aver ”subito attentati incendiari” e, non molto tempo fa, una “gambizzazione” che gli ha “compromesso la capacita’ di deambulare”.

Interrogato dai magistrati, Crea ha spiegato che Tarantini gli promise “lavori e contratti con Mediaset, grazie al suo legame e ai suoi rapporti con Berlusconi. In particolare, Tarantini mi disse che avrebbe potuto fare affidare da Mediaset ad Andromeda i servizi di call center (inerenti per esempio alla vendita di Premium o ai reclami); poi non se n’è fatto niente”.

Resta da chiarire come Tarantini, all’epoca agli arresti domiciliari, sia arrivato ad Andromeda. Dagli interrogatori erano emersi come “intermediari” i nomi di due legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Nico D’Ascola, ma entrambi smentiscono vigorosamente. Mentre appaiono più solidi i legami tra Andromeda e Valter Lavitola, l’altro indagato per la presunta estorsione al premier.