“Non ce la facciamo più, la gente è esasperata, abbiamo paura”. Stella Migliosini, commerciante lampedusana, da anni è in prima linea contro la trasformazione dell’isola in un carcere a cielo aperto. E ieri pomeriggio era a casa quando ha visto scomparire il sole dietro una coltre di fumo nero. In un attimo, il pensiero è andato al centro di accoglienza di Contrada Imbriacola, a due passi dal cuore abitato di Lampedusa. Come se nient’altro, su quel pezzo di terra a due passi dall’Africa, potesse prendere fuoco.

Signora Migliosini, perché ha pensato subito al Centro di accoglienza?

“Perché già nel 2009 era successa la stessa cosa. E poi da settimane la tensione era altissima. I tunisini hanno inscenato numerose proteste, bruciando qualche materasso per attirare l’attenzione, c’è stato pure chi si è ferito con coltelli e lamette, o chi ha fatto lo sciopero della fame, ma nessuno ne ha mai parlato”.

I lampedusani sono mai stati coinvolti in questi momenti di tensione?

“Chi lavora nel Centro sì. Ci sono state aggressioni frequenti al personale, soprattutto a quello femminile. Una mia amica lavora là. Le hanno tirato addosso di tutto: piatti, bicchieri, cibo. Ha avuto una crisi di panico, da giorni non va al lavoro. Ma c’è pure chi è finito in ospedale”.

Le forze dell’ordine come hanno gestito queste ultime settimane?

“Forse, non fanno quel che dovrebbero. Molti stanno in paese, si prendono il caffè in tenuta antisommossa, ma solo pochi agenti vengono messi a guardia del Centro, così se succede qualcosa là, diventa molto più complicato gestirla. So solo che l’isola è militarizzata. Quasi tutti stanno negli alberghi. L’altro giorno ero nella hall di una di queste strutture. Un agente si è rivolto alla reception chiedendo una stanza vista mare. Mi chiedo, ma sono qui per lavorare o per fare altro?”

Secondo lei non fanno abbastanza?

“So solo che di notte non vedi nessuno a presidiare il paese. L’altra sera, ero con delle amiche in centro. C’erano turisti, i bar e i ristoranti erano aperti. A un certo punto abbiamo visto un gruppo di quindici tunisini che scappavano e dopo qualche minuto sono arrivati gli agenti con i manganelli che li rincorrevano. Due ore prima, verso le 22.30, inoltre, c’è stato un episodio spiacevole. Un uomo scappato dal Centro si è nascosto nella casa dei vicini di una mia amica che, in quel momento lavorava nel suo negozio. La polizia lo ha rincorso, lui è salito sul tetto e poi ha cercato di entrare nella casa della mia amica. Ha iniziato a sbattere con violenza i pugni contro il vetro, dentro c’era la figlia minorenne. Sono stati attimi di paura”.

Quindi ora vivete chiusi in casa…

“Una volta tenevamo le chiavi di casa fuori dalla porta, ora ci chiudiamo dentro. Lasciavamo le macchine aperte con le chiavi inserite nel quadro, ma adesso non più. È capitato che qualcuno abbia rubato un’auto, per poi abbandonarla poco più in là. Ovviamente non hanno vie di fuga”.

Alcuni giorni fa è venuto il ministro della Difesa Ignazio La Russa in visita per fare vedere che lo Stato è presente. Ma a quanto pare nulla cambia.

“La Russa è venuto per visitare l’ex base Loran, “la prigione dei bambini”, com’è stata ribattezzata, che si trova in un’altra parte dell’isola. Per diverse settimane, oltre un centinaio di bambini di tutte le età sono rimasti rinchiusi: il posto è fatiscente, pericoloso. Sembra un carcere. Il ministro è arrivato è ha disposto il trasferimento di una parte di minori, donne e famiglie nelle villette di Cala Creta. Queste abitazioni sono state sequestrate dalla magistratura perché sono state costruite in un terreno agricolo, 35 anni fa. Ora, il Prefetto le ha messe a disposizione per alleviare l’emergenza. Ma qui c’è un’unica soluzione: l’evacuazione dell’isola, in modo da restituirla ai lampedusani. L’economia è in ginocchio, le aziende hanno perdite dell’80%, io ho cinque negozi e ho dovuto mandare via cinque dei miei sette dipendenti. Come facevo a pagargli lo stipendio? Mi piange il cuore”.

di Stefano Lo Cicero Vaina