“Anatra zoppa” è un idiotismo inglese che intende chi non è in grado di esercitare il potere (politico), perché limitato. Nel nostro Paese abbiamo una giustizia zoppa, posto che l’esercizio di tale potere è fortemente limitato. Cerchiamo ora di capire da chi, con animo sereno e privo di pregiudizi.

In Italia v’è un forte senso di malagiustizia, diffuso, radicato. Senza giustizia vengono meno i diritti fondamentali e soprattutto l’economia entra in uno stato di malattia terminale. Ma a chi viene data la colpa della malagiustizia? In assenza di sondaggi si può pensare che l’opinione pubblica si orienti così: 1/3 ai magistrati, 1/3 agli avvocati, 1/3 al personale amministrativo. Ma tale percezione corrisponde alla verità?

Per comprendere ciò occorre spiegare cosa succede nei tribunali. Perché anche il tribunale deve essere un luogo dignitoso per chi vi si reca (parti processuali incluse). Spesso i tribunali sono in condizioni fatiscenti (manutenzione, igiene, controlli nell’accesso, termicamente, illuminati male). Recarsi in tribunale non è un’esperienza positiva e ciò condiziona l’atteggiamento di chi vi si trovi. I tribunali non hanno quasi mai gli uffici accorpati in un unico edificio, così da costringere gli avvocati, magistrati e parti a estenuanti spostamenti, convulsi e degni di uno stato schizofrenico.

Veniamo ora ai sintomi profondi della mala-giustizia. Il primo non è visibile ma tra i più gravi: la moltiplicazione dei riti processuali (le norme che compongono i procedimenti giurisdizionali: troppi, ma ora il legislatore varerà forse la semplificazione dei riti, dopo che per anni ci ha ammorbato con l’eclettismo), aggravata dall’opacità delle norme processuali (di quelle sostanziali oramai siamo al cronicismo) che impongono un’interpretazione (ma cosa avrà voluto dire il legislatore?) costante da parte della giurisprudenza e da parte dei sacri civil-processualisti.

Maggiore è il ricorso all’interprete, maggiore sarà la forbice tra certezza e incertezza del diritto. La forbice propenderà per l’incertezza e ciò in danno non solo delle parti processuali (prime a pagare i danni arrecati) ma anche degli avvocati (i secondi a pagare con perdita di credibilità, per rimbalzo, e con perdita di clientela). In realtà perdono tutti perché la malagiustizia causa perdita di fiducia dei soggetti che domandano tutela, con un effetto domino gravissimo (soggetti che rinunciano ai propri diritti, patrimoniali e non patrimoniali; soggetti che falliscono per colpa di debitori insolventi etc.).

L’interpretazione alimenta poi un altro circolo vizioso: la creatività e l’anarchia italiana. Se discutessimo di arte sarebbe un valore aggiunto. Discutendo tuttavia di diritti e di certezza degli stessi, diviene una trappola pericolosa. Sicchè raramente si assiste a una sana concordia di letture, posizioni, decisioni. Tanto in giurisprudenza (l’insieme delle decisioni) quanto nella dottrina. Tutti prendono posizioni difformi, originali, con distinguo. Finchè la discussione giace in dottrina, ciò alimenta riccamente lo studio del diritto. Il problema sorge quando la discussione emerge in giurisprudenza. Sicchè su di un dato argomento vi sono posizioni spesso contrastanti tra giudici di pari grado, tra giudici di diverso grado (giudici di pace, tribunali, corti di appello, Cassazione), tra momenti temporali diversi (tra l’oggi e il domani), tra luoghi geografici diversi (il campanilismo prevale), tra giurisdizioni diverse (tra quella amministrativa e quella ordinaria), senza dimenticare le difformità (seppur incidentali) tra giudicati civile e penale. Un percorso ad ostacoli, irto di insidie.

Veniamo agli “attori” della giustizia. Ciascuno (avvocati in primis) auspica di trovarsi dinanzi a un magistrato preparato (in generale e nel particolare della causa che tratta), aggiornato, corretto, equilibrato, umano (capacità di ascolto), solerte. Poche volte si è dinanzi a un magistrato con tali caratteristiche. Quando ciò avviene, faccio i complimenti perché ho dinanzi a me un’alta espressione di giustizia.

Spesso i magistrati hanno un carico di lavoro eccessivo, sono male organizzati dai dirigenti superiori. Spesso però contano sull’impunità (la responsabilità civile dei magistrati è una favola che produce zero cause), anche amministrativa, posto che a lungo il Csm ha punito soltanto i casi più gravi. Pochi sanno che la giustizia è affidata a meno di 7.000 magistrati in servizio e a un numero ben maggiore di magistrati onorari, purtroppo scelti senza un concorso credibile e tenuti come precari. Pochi sanno che dinanzi ad un errore evidente del magistrato si può solo ben sperare nel ricorso al grado successivo.

Quanto ai difensori, ciascuno auspica di trovarsi dinanzi a un avvocato preparato, competente (è previsto dal codice deontologico!), anch’egli aggiornato, umano. Se sbaglia può risponderne in termini di responsabilità, anche pesantemente. Ma pochi sono assicurati (non è ancora obbligatorio). Se commette illeciti disciplinari, gli Ordini in molti casi si mostrano corporativi (quanti puniscono l’incompetenza o la mancanza di autonomia e indipendenza? E il mancato aggiornamento?).

L’avvocato è un parafulmine e attira ogni ira del cliente: è caro, arrogante, supponente, antipatico (ma spesso è una qualità!), poco disponibile. Il miglior avvocato è quello che vince e che non ti costa un centesimo. Tutti gli altri lasciano insoddisfatti.

La giustizia sana non pende, perché la bilancia è in perfetto equilibrio.