Io sto dalla parte di Piero Marrazzo. Per tanti motivi che mi sono apparsi chiaramente davanti agli occhi un giorno in cui me lo sono trovato di fronte in un Circolo di tennis, poi quando ho letto una sua lunga intervista agostana ed infine quando ha compiuto, l’altro ieri, la sua ri-apparizione pubblica a un evento del’Idv. Eccoli, i motivi. In ordine sparso. Sto dalla sua parte perché ha il volto segnato da una sofferenza immane che lo ha travolto nel giro di poche ore e che deve avergli scaricato addosso di colpo la consapevolezza di una sua dipendenza. Perché, mi sbaglierò, ma deve fare i conti tutti i giorni con un senso di colpa pesante quanto un macigno. Perchè ha commesso a mio modo di vedere un solo errore imperdonabile nel dopo caos ed è stato quello di chiedere perdono al Papa, manco fosse un ducaconte D’Alema qualunque. Perchè tre quarti d’Italia hanno sbeffeggiato lui e la sua debolezza: ognuno per coprire la propria.

Sto dalla parte di Piero Marrazzo perché non ha nascosto nulla di quella debolezza, e ha chinato il capo davanti alla responsabilità di aver usato auto blu (e dunque soldi nostri) per nutrirla. Perché nessuno mi toglie dal cervello che nulla che lo riguarda sia stato un caso, che non c’entrino solo poliziotti corrotti o malvagi nella sua vicenda ma che abbia osato troppo quando ha messo mano alla sanità del Lazio. Perché ha dovuto elaborare anche le morti misteriose che sono venute dopo “il caso” e perché non ha elevato nessuno di quelli che frequentava al rango di consigliere regionale. In una città, Roma, dove se negli anni ’70 hai tirato qualche cazzotto col pugno di ferro (e magari non solo) in tempi recenti un lavoretto in qualche municipalizzata ti è stato riconosciuto. Magari mi sbaglio, ma io sto dalla parte di Marrazzo.