Cosa significa la decisione di Standard & Poor di ridurre il rating del debito italiano? A ben vedere non molto. I rating di queste agenzie sono modi sintetici di comunicare informazione agli investitori, allo stesso modo in cui il voto dato allo studente è un modo sintetico per comunicare i suoi risultati scolastici. Come tutte le misure sintetiche, siano esse il rating di un’obbligazione o il voto scolastico, il vantaggio sta nel fatto che il messaggio è facilmente intelleggibile e comparabile, mentre lo svantaggio è che inevitabilmente la sinteticità impedisce una comunicazione più ricca e dettagliata della situazione. In effetti se già abbiamo informazioni dettagliate che permettono di farsi una buona idea della probabilità che un’obbligazione verrà ripagata, o di quanto uno studente stia apprendendo, il rating dell’agenzia, o il voto del professore, diventa abbastanza inutile, dato che riassume semplicemente cose note.

La decisione di Standard & Poor non ha aggiunto niente che non fosse già chiaro a chi segue il dibattito politico-economico italiano, ed è in questo senso una non-notizia. In realtà l’agenzia ha fatto poco più che ratificare ex post giudizi che sono stati già espressi dai mercati. I problemi del debito italiano si sono chiaramente acuiti nell’ultimo trimestre ma le radici del problema sono lontane. I tre anni di governo Berlusconi, caratterizzate sostanzialmente dalla più totale inazione e da una montagna di menzogne, hanno peggiorato parecchio la situazione. Ma, di nuovo, per chiunque si sia informato decentemente sul dibattito político-economico italiano, guardando i numeri e gli atti di governo e non le falsità dei telegiornali, la situazione era già chiara almeno un paio di anni fa. E sicuramente tra le persone che guardavano i dati e gli atti effettivi, e non la propaganda, c’erano gli analisti delle banche e dei grandi investitori internazionali che acquistano i titoli del debito pubblico italiano.

Visto che la decisione di S&P non porta nuova informazione, nemmeno cambia la nostra opinione su ciò che andrebbe fatto: la prima e più importante misura da intraprendere è cacciare questo governo, che si è dimostrato completamente incapace di affrontare  i problemi di finanza pubblica in modo minimamente serio. È evidente che i nostri governanti, e Berlusconi in particolare, non sono in grado di reagire in modo appropriato alla gravità della situazione, o perché non capiscono o perché se ne disinteressano. Il ricordo del tentativo mascalzonesco, effettuato a inizio luglio, di introdurre di soppiatto una norma per mettere Fininvest al riparo dalle conseguenze di una imminente sentenza brucia ancora. Che credibilità ha un presidente del Consiglio che, mentre chiede sacrifici ai cittadini con proclami altisonanti, si mostra in realtà unicamente preoccupato di manipolare le leggi a proprio personale vantaggio? Ma questo episodio, di per sé sufficiente a distruggere la credibilità di qualsiasi governo, è stato solo uno dei tanti. A completare questo lavoro di distruzione, è arrivato il ridicolo balletto agostano sulle differenti versioni della manovra, che alla fine è risultata essere la solita minestra riscaldata spostata in modo preponderante sul lato delle entrate.

Ripetiamo che queste cose sono chiare da tempo. La novità di oggi sembra essere che dell’impossibilità di conseguire qualunque risultato utile se permane questo governo sembrano essersi accorti anche diversi rappresentanti dell’establishment: editorialisti di Corriere e Sole 24 Ore e la Confindustria. Che dire? Meglio tardi che mai. Ancora una volta le élite italiane si sono dimostrate estremamente pavide, sempre timorose di disturbare troppo gli equilibri politici e pronte ad agire solo quando la situazione è vicina al punto di non ritorno. Abbiamo già chiesto conto al Corriere e agli altri di questa pavidità, senza ottenere risposta. Domande molto simili si potrebbero porre a Confindustria, che per anni ha avuto un timore reverenziale di questo governo di inetti, tradendo così non solo gli interessi del Paese, ma in particolare quelli dei suoi associati.

Per il momento, però, vogliamo essere ottimisti e guardare al bicchiere mezzo pieno. Anche se disastrosamente tardive, le pressioni per la cacciata del governo stanno finalmente arrivando. Vanno accelerate e intensificate. Il problema infatti è che ogni giorno che passa il problema si fa più acuto e senza un cambio di governo è praticamente impossibile attuare misure che aumentino la credibilità del paese. Si considerino per esempio le privatizzazioni. Se fatte bene, evitando sia la creazione di monopoli privati sia la svendita, queste possono essere utili, riducendo lo strock del debito e aumentando l’efficienza del paese. Ma se fatte male possono essere letali. E chi può onestamente fidarsi che questo governo possa farle bene? Fin dall’affaire Alitalia è stato chiaro che  per questo governo gli interessi privati stanno sopra agli interessi pubblici. Non c’è ragione di credere che le cose sarebbero diverse, per esempio, se il governo cercasse di vendere Eni o Finmeccanica.

La permanenza di questo governo quindi non può che generare paralisi. Vada via subito. Poi bisognerà iniziare a discutere seriamente di cosa fare. E sarà una discussione dura, perché molti dei provvedimenti da prendere saranno politicamente difficili.

di Sandro Brusco