Chissà se gli infiniti intrecci della memoria ci faranno ricordare un giorno quell’abile spacciatore di demagogia da oratorio che è Carlo Giovanardi, uno dei residui più improbabili di quella che fu l’ultima Democrazia cristiana. Fosse apparso sulla scena politica qualche anno prima, i vecchi dorotei manco gli avrebbero trovato un posto su uno sgabello, vista la sua irrefrenabile voglia di ritagliarsi foto, titolo e didascalia, costi quel che costi. Ma nell’Italia del 1992, in piena tangentopoli, con un’intera classe dirigente decapitata, anche lui è riuscito a scavarsi un posto, tra le macerie della Dc prima, del Ppi dopo e nel mezzo della sparatoria tra l’Udc e il Pdl. Come ha intravisto il crollo ci si è tuffato, e in questo è stato abile a capire che da un ammasso di macerie può nascere anche il niente.

Non sappiamo se in altra epoca sarebbe mai diventato vicepresidente della camera dei deputati, ministro (per fortuna senza portafoglio) per i rapporti col parlamento, sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri con delega alla famiglia, carica costruita apposta per la sua voglia di spaccio. Dal 1992, anno della sua infausta candidatura (e successiva elezione) a oggi, ha vissuto di brevi, ma dirompenti ossessioni. Quella più evidente è stata per la droga, dove – grazie all’appoggio di Fini – riuscì a firmare l’unica legge che porta il suo nome, quella che avrebbe dovuto equiparare le droghe leggere a quelle pesanti.

Per anni ha fatto della droga la sua bandiera, fino a quando – ai microfoni di Radio24 – non riuscì a dire che Stefano Cucchi, arrestato e morto in cella per le percosse, era uno “zombie, anoressico, sieropositivo e ridotto a una larva a causa della droga”. Questa la realtà ossessiva di Giovanardi, quella processuale dice che per la morte di Cucchi sono sotto processo dodici persone, sei medici, tre infermieri e tre guardie carcerarie accusati a vario titolo di lesioni aggravate, falso, abuso d’ufficio, favoreggiamento e omissione di referto.

Da quel giorno Giovanardi ha smesso di parlare di droga e ha aperto la questione omossessualità, culminata qualche mese fa con la sua personalissima censura a una pubblicità dell’Ikea, azienda svedese, cultura e formazione molto diversa dalla sua, per un manifesto gay-friendly. “E’ un’immagine offensiva per la Costituzione italiana, che prevede che il matrimonio sia solo tra uomo e donna”. Più o meno come la pensa D’Alema, ma questa è un’altra storia.

Sempre sui gay, qualche mese prima, aveva sfiorato il voto di sfiducia con un’affermazione per cui “le adozioni alle coppie omosessuali, nei Paesi dove sono consentite (gli Usa, per esempio ndr) hanno fatto esplodere la compravendita di bambine e bambini”.

Con un pedigree di questo tipo ogni sua affermazione sarebbe stata relegata in un angolo minore. Ma siamo nell’Italia di Berlusconi e, Giovanardi, si è permesso di aggiungere l’ennesima puntata alle sue ossessioni: Ustica.

Il sottosegretario sostiene, ma non sappiamo ancora a che titolo visto che dimostra di sapere poco o niente dell’argomento, che l’aereo esplose in volo perché a bordo c’era una bomba. Ipotesi basata sul poco e niente visto che venne scaricato – fonte Wikeleaks – anche dagli americani ai quali, attraverso l’ambasciatore a Roma si rivolse perché avvalorassero la sua tesi. La risposta fu no, grazie.

Ma stare in un titolo e spacciare demagogia è più forte di lui. Così la sua tesi continua a portarla avanti da solo, lui con l’appoggio della presidenza del consiglio dei ministri che, in un momento come questo, di tutto può cercare di occuparsi meno che di Ustica.

Campo libero a Giovanardi, dunque, che si fa portatore, a nome del governo, del ricorso sull’ultima sentenza di Palermo che almeno il grosso pregio ce l’ha, quella di riconoscere, seppur a distanza di 31 anni, un risarcimento alle famiglie delle vittime. Proprio lui che sarebbe delegato alla famiglia.

Purtroppo è inamovibile: fu una bomba, i giudici hanno scritto una sentenza da romanzo. Per ora di romanzato pare che ci sia solo la vita di Giovanardi, allevato, probabilmente, in un oratorio di serie B, e finito con l’essere una massima carica dello Stato.