Si tratta di un taglio ‘leggero’ (da “A+/A-1+” si passa a “A/A-1”) che il Tesoro dichiara essere atteso e già anticipato dalla comunità economica. E’ il taglio rating di Standard & Poor’s che avviene nello stesso giorno in cui l’altra socieà di rating, Moody’s, avverte della tensione tra manovra finanziaria e sostenibilità degli enti locali (sui quali, a loro volta, viene misurato il rating).

Misurare la sostenibilità del debito di un Paese in termini di “rischio politico” è una delle più recenti novità di S&P. Lo ha fatto qualche mese fa con gli Usa, facendo infuriare l’amministrazione Obama, per due ragioni: 1) la valuazione di un rischio politico contiene elementi di forte soggettività; 2) il downgrade del rating può finire per ‘autorealizzare’ lo scenario peggiore previsto. Non vi è dubbio che dopo il downgrading S&P negli Usa, il rischio politico dovuto alla contrapposizione tra repubblicani e democratici nella Camera e al Senato è aumentato.

Il problema è che il rischio politico rende poco credibili manovre tempestive ed efficaci. Paesi con forte contrapposizione politica e deboli maggioranze vedono diminuire la propria credibilità e ciò ha ripercussioni sul rating. Adesso tocca all’Italia, che perde un gradino nel rating. Sebbene ci sia un governo con una maggioranza numericamente solida (alla Camera e ancor più al Senato), S&P vede un crescente ‘rischio politico’ e una conseguente ‘ scarsa credibilità’ nell’azione di governo.

Personalmente – l’ho già scritto qui – non amo le valutazioni basate prevalentemente sui rischi politici e non mi piace un sistema economico in cui le agenzie di rating contano più dei governi. Ma il fatto che oggi si individui un rischio politico per l’Italia, dove non ci sono problemi di maggioranze nelle camere come invece avviene negli Usa, è segno di un cortocircuito grave interno alla maggioranza. Non solo perché essa ha prodotto cinque manovre in pochi mesi, ma anche in ragione del fatto che il principale alleato di governo è tornato a chiedere – tra ampolle e pernacchie – addirittura la secessione. Se il rischio politico del governo non viene dalla contrapposizione con le opposizioni ma persino dal governo stesso, la credibilità della sua azione ne viene ancor più danneggiata. Che si creda o meno alle agenzie di rating, è questa oggi la debolezza finanziaria più grande del governo: la sua azione.