C’era una volta un movimento politico, nato nei bar di periferia. Un movimento che interpretò con forza lo scoramento dei cittadini nei confronti della politica, che urlava forte cose sconce che, in fondo, a molti cittadini piaceva sentire. Un movimento che riuscì a riportare le persone a fare politica, dalla base.

Lo fece con parole d’ordine io credo non condivisibili, ma senz’altro efficaci. Un movimento che nacque nel profondo nord ma che riuscì ad imporsi sulla scena nazionale con forza. Al punto da avere il problema di creare una classe dirigente. Un movimento che seppe recuperare il portato simbolico che l’era della fine delle ideologie aveva tolto alla politica. Un movimento, non condivisibile mi ripeto, ma che fu vincente.

Poi passa il tempo e il potere logora, soprattutto se il potere si attribuisce ad una classe dirigente non sempre all’altezza della situazione. Una classe dirigente che dimentica di essere dentro l’istituzione e pensa che l’urlo ferino contro tutto e contro tutti possa funzionare anche dai seggi ministeriali.
Un movimento che si distrae e consente il peggior familismo, non è il caso di citare il caso eclatante sotto gli occhi di tutti; un movimento che, alla fine, si dimentica di avere governato negli ultimi anni. Governato comuni, province, regioni. Con posti chiave nel parlamento italiano.

Un movimento, triste, che pensa che, oggi, si possa ancora urlare secessione e ottenere il sostegno delle folle. Quelle folle, come noto, sono fatte da persone. Persone che qualche volta si accontentano di slogan un po’  bruschi e poco argomentati ai quali però devono seguire i fatti. E la Lega, a ben vedere, di cose vere ne ha fatte ben poche e, temo, ha commesso l’errore capitale. Sottostimare l’intelligenza dei propri elettori pensando che basti urlare secessione per mantenere il posizionamento politico, credo proprio non si debba fare.

Anche il populismo finsce per dover fare i conti con sé stesso e, forse, per la Lega, il tempo della resa dei conti è arrivato.